Vizi e virtù di esseri umani bene in carne.

Sono nata nei mitici anni sessanta, più precisamente il sei giugno del millenovecentosessantaquattro. Credo che tra tutti i decenni da me vissuti sino ad oggi quelli che vanno dal millenovecentosessanta al millenovecentoottantacinque circa, siano stati i più importanti e meravigliosi, pieni di sorprese e di vita vera e non virtuale. Gli anni sessanta in particolare, hanno segnato un’epoca, lasciando una grossa impronta nel mondo. Non mi riferisco solo come qualcuno potrebbe pensare, alla nascita dei Beatles, l’undici settembre millenovecentosessantadue. Per conferire con voi di aspetti più terreni e non di fenomeni di massa a livello mondiale, ricordo bene, che per parlare con qualcuno cioè scambiare idee, saluti, prendere accordi o dimostrare qualcosa, si andava a suonare il campanello, oppure si scriveva una lettera o nelle urgenze, si mandava un telegramma. Ci si ritrovava attorno al tavolo per la Sagra, sfoggiando un abito nuovo. Era d’obbligo il sacro rito del pranzo di Natale e di Pasqua, durante il quale i quarantacinque commensali, quasi tutti parenti tra loro, potevano guardarsi nelle palle degli occhi e capire parecchie faccende. Venivano festeggiati i Battesimi, le Comunioni, le Cresime, con relativi rinfreschi più o meno abbondanti. Si ufficializzavano i fidanzamenti, le feste di Laurea, gli agognati diciotto anni, si celebravano matrimoni ed i funerali, sempre dandosi la voce l’un l’altro o scrivendo le partecipazioni all’evento. Se si voleva essere sbrigativi come minimo si faceva una telefonata con l’ausilio del primo telefono Unificato Bi grigio, dotato di tastiera rotonda a disco, dove a volte, il dito ti si incastrava dentro! Che tempi pazzeschi, mia madre arrivò a mettere un piccolo lucchetto agganciandolo nel numero uno, per impedirmi di fare dieci telefonate in un giorno da un’ora l’una, sperando così di non far lievitare la bolletta! Ma io, aiutata dalla banda bassotti (i miei amici), avevo imparato a comporre il numero ugualmente e quindi..Ci si vedeva di persona, si usavano voce e movenze corporali, eri facilmente interpretabile dal tuo/a interlocutore. Se provavi a fingere un’emozione, dopo poco qualche tic nervoso ti smascherava e ti tradiva, perciò occorreva salvarsi in corner. Affrontavi l’avversario a viso aperto, senza artifici a parte un poco di cipria e rossetto, senza filtri, senza schermo di protezione e senza maschere: tu e l’altro, usando le varie espressioni, cambiando l’inflessione della voce, abbracciando più o meno forte l’altra persona. Vi era un altro importante momento di aggregazione, tipico dei Paesi: la Santa Messa della domenica, ritrovo quasi obbligato per ascoltare non solo la parola di Dio, ma anche per informarsi di tutte le novità del Paese. Il momento più bello, quello del gossip, avveniva sul sagrato della Chiesa: prima, durante (per chi fumava e non resisteva sino alla fine) e dopo la funzione. I nostri padri e nonni si ritrovavano anche al mercato settimanale del martedì, per discutere e concludere affari. Si informavano a quanto era il granoturco ed il fieno, sapevano se Tizio aveva bisogno di acquistare da Caio, una bella scottona e se l’uva avrebbe dato un buon vino. Bei tempi! Tempi di parole, dette con la voce, accordi siglati con uno sputo nella mano. I ritrovi tra noi ragazzi e ragazze, per scambi di opinioni religiose e non, avvenivano all’Oratorio, dove ci chiedevamo il senso della vita e il mistero della Santissima Trinità. Ricordo i giochi a briscola, a tombola, a scala quaranta al Bocciodromo di Rivalta (RE, ndr) i primi timidi “ganci”alla fermata del tram o alla gelateria “La Romana”. Poi vi erano le classiche e numerose feste in casa, quelle dove trascorrevi tutto il pomeriggio ad imburrar tartine, tagliate a mano triangolari e farcite con la fogliolina di prezzemolo. Altre epoche? Cose dell’uomo di Neanderthal? A queste luccicanti feste, alle quali si veniva invitati a voce, per passaparola o al massimo con un bigliettino scritto a mano, messo nella cassettina della posta, ci si divertiva parecchio ad ascoltare buona musica, ballando stretti stretti i lenti, con il ragazzo più grande che ti piaceva un sacco e che finalmente, si era deciso ad invitarti a ballare! Anche in quelle gioiose e solari occasioni, con una chitarra suonavi, stavano nascendo i primi stereo neri, mentre i ragazzi più intonati cantavano a squarciagola“Ti amo” di Umberto Tozzi in quella torrida estate del millenovecentosettantasette. Potevamo guardare negli occhi tutti quanti, sorridere o stare in un angolo ad ingozzarci di tartine e pastine dolci, se ci annoiavamo, si riusciva a respirare nell’aria l’amicizia vera o l’invidia palese. Noi ragazze percepivamo se c’era gioia o tristezza e se qualcuna di noi aveva il ciclo mestruale e stava male, le altre amiche ad aiutarla, dandole magari un Optalidon per farle passare il mal di pancia e trascorrere così qualche ora in allegria. Ed oggi, amici miei, siamo ancora capaci di dare una stretta di mano? Suoniamo ancora il campanello per invitare la nostra migliore amica a cena, o abbiamo paura di disturbare? Come ci comportiamo con gli auguri del compleanno, li scriviamo in bella grafia a mano, su di un bel biglietto personalizzato per l’occasione? Lo recapitiamo di persona o lo spediamo con tanto di francobollo leccato, via posta ordinaria?Le risposte le conosco e sono quasi tutte negative, mandiamo una mail, un sms, un tweet, un selfie e buonanotte ai suonatori. Belle domande mi faccio, alle ventidue di sera! Bei quesiti mi pongo, nella speranza di avere pareri e osservazioni anche da voi. Con la nascita del primo cellulare, nell’anno millenovecentottantacinque, il famoso Dyna Tac ottomila x, un mattone che pesava kg. 1,130 senza display con la sola funzione di comporre il numero, chiamare e rispondere, tutto cambiò profondamente. Trentacinque minuti di autonomia e dieci ore per ricaricarlo. Lo si portava in giro dentro ad una valigetta che ti faceva venire male alla cuffia dei rotatori, ma era comunque solo un telefono. Il telefono, punto e basta. Dentro non c’era il mondo e i pianeti, serviva per telefonare e ricevere. Peccato, che da quel prototipo della Motorola, ne sono seguiti a migliaia, ognuno con tante di quelle funzioni che non ci sarà più bisogno nemmeno di andare in sala operatoria a togliere un’appendicite: il chirurgo lo farà con il cellulare, se poi invece dell’appendice, il mostro è scarico e il chirurgo ti toglie la prostata, ancora sana e funzionante pazienza! L’ho odiato, sono stata una delle ultime ad acquistarlo, ed ora, sono dipendente da questo mezzo freddo ed impersonale e non riesco a disintossicarmi. Ci avevo provato anni fa, dopo averne distrutti alcuni, cadendomi spesso, sbadata come sono! Mi ero ripromessa di non acquistarne più, ma è più forte di me: non riesco a staccarmene mai, nemmeno quando sono in bagno sul water o in ospedale per un prelievo del sangue. La mia rabbia e le mie domande comunque vanno tutte in una direzione: come faccio ad esprimermi con l’interlocutore, con uno Short Message Service. Che poi, alla fine della fiera, non sono più sms ma diventano temi liberi in lingue sconosciute, un botta e risposta continuo, a tamburo battente per mezz’ora: come stai? Dove 6? C.C.F:? Scendi g.;TVTB, io n, tu s.,ciao vez, cmq ti lve, ke cosa dici? Tranchi. s.s., A ke time? Perché sto usando, come i ragazzini tutte quelle faccine simpatiche ma impersonali, per esprimere ciò che sento in quell’istante? C’è una faccina gialla per ogni sensazione: rabbia, affetto, sberleffo, pianto, risata, caffè, amore, linguaccia, amicizia, occhiolino..ma è mai possibile che io, nata nel lontano millenovecento sessantaquattro, abituata a toccare l’altro/a, (non fraintendetemi!) ad abbracciare o a stendere con un’occhiataccia, chiunque non mi vada a genio, debba ricorrere sempre di più a ‘sti sms? Poi, aggiungo e termino, per fortuna che mi rifiuto d’iscrivermi a Twitter, Facebook o altro, cinguetterei tutto il giorno e sono pure stonata! Digerisco a malapena volentieri i blog, salotti virtuali di chiacchiere: io scrivo una lettera e tu mi rispondi, a patto che poi a voce ne parliamo e svisceriamo tutti i dubbi virtuali. Non sopporto Facebook e non vedo di buon occhio il suo inventore! Con la sua folle e miliardaria idea, ha impedito il proseguo sereno e razionale delle relazioni umane, ha fatto sì che la gente per ritrovarsi deva navigare, (si dice così?) sul suo coso virtuale. Ha contribuito a far emergere depressioni e tristezze latenti, invece di escogitare una maniera per relazionarsi di persona. Vi mettono di tutto, anche tua moglie mentre partorisce a gambe aperte, anche la suocera mentre esala l’ultimo respiro. Non c’è limite a questa tristezza umana, che avrà sì milioni di iscritti, ma non so fino a che punto siano realmente contenti di parlarsi via video. Ho bisogno di ritornare alle mie origini, quando arrossivo se mi corteggiavano, ma ne ero orgogliosa, si vedeva dai miei occhi e dal mio sorriso! Ma come faccio oggi, cioè domani a far capire a te, che mi piaci molto e mi attizzi? Non c’è ancora la faccina gialla con il fuoco, ma dopo questo post forse la metteranno! Come posso dimostrare a mio marito, ai miei figli, alle mie amiche, a mia sorella che le adoro e che voglio loro un mondo di bene? Rieduchiamoci a vicenda e ritorniamo a suonare quel campanello, troviamo cinque minuti di tempo per andare fisicamente a far visita alle persone. Usiamo di più e a proposito la nostra voce, creata per ad esprimere tutto quello che sentiamo. E’ troppo comodo, usare sempre e solo i messaggini, teniamoli solo per brevi e concise comunicazioni:domani ventotto febbraio anno duemilaventidue, funerale di Pinco Pallino, Chiesa di S. Girolamo, ore quindici seguirà rinfresco. Non mancare. Per tutto il resto, c’è la voce ed il nostro corpo, che sa muoversi e sa farsi interpretare molto meglio di uno Short. O no?

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4 Comments

  1. Questo è un argomento che ho dibattutto spesso: la tecnologia aiuta a semplificare la vita, me è indispensbaile usarla correttamente e non diventarne schiavi.
    Io uso tutto, dal portatile allo smartphone (due) passando per il tablet; però spesso li “silenzio” e molte volte li spengo proprio (quello “business” resta spento dall 20,30 alle 8,30 e in tutto il fine settimana).
    Quanto ai cosiddetti “social” li snobbo, a parte uno puramente professionale (che peraltro mi ha fatto trovare due validi collaboratori) ….capisco chi voglia restare in contatto con amici o parenti che sono andati a vivere dall’altra parte del mondo, me so ho perso di vista qualcuno che abita a meno di 30 km da me ci sarà ben un motivo 😉

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  2. Quanto mi piace chiacchierare con te! hai il giusto spirito, sei dotato di intelligenza ironica, lo charme necessario e soprattutto non dice cazzate. Se non fossi sposata e innamoratissima di mio marito proverei a corteggiarti!

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