Fare la pace.

Ce l’hanno insegnato da piccini ce l’hanno inculcato a dottrina, a scuola, in famiglia, all’Oratorio,sull’autobus, dai parenti nel pranzo di Natale, ce l’hanno predicato in Chiesa nell’omelia domenicale. Ci hanno bombardato con i libri su bontà e perdono, sul porgere l’altra guancia come direbbero i Vangeli, ci hanno comprato i libri di favole dove vince sempre il buono sul cattivo e dove, si fa sempre la pace.Come il libro “Cuore”,”Il gatto con gl istivali”, gli sceneggiati a puntate, nei quali il buono vince sul cattivo e spesso lo perdona, insegnando la regola e portando una morale. Nel perdono quando questo segue una lite e di aocmune accordo di decide di passarci sopra,si offre una possibilità ai contendenti la vittoria, di divenire migliori. Nel litigio, sempre brutto e demoralizzante se poi ci si perdona vicendevolmente, ci si offre un’opportunità, accordandosi sulla modalità del perdone, dimenticando i vecchi rancori e gli oggetti causa di diverbi accesi.Insomma per dirla breve, ci si mette una pietra sopra. I diversi sceneggiati in bianco e nero, ben impressi nella mia memoria, erano intrisi di bontà, di educazione,di regole bene impartite comportamentali oggi appositamente dimenticate, gli esiti quasi tutti positivi, le persone del paese che lavoravano tutte quante per lo stesso fine:catturare il “cattivo” di turno, metterlo un po’ in punizione e poi riammetterlo ad una vita sociale normale, accettando il fatto che aveva sbagliato.

Gli si dava una seconda chance, oggi non più, peccato che le cose vadano al contrario: si perdonano le gravità enormi lasciando fuori in libertà i fetentoni, che continueranno ad essere tali, anzi! Sapendo che non subiranno punizione continueranno e peggioreranno nelle loro malefatte. Non perdoniamo invece ad una persona il fatto, che lui è riuscito in un impresa banale, nella quale noi, con tutta la più buona volontà non siamo mai riusciti. E da qui piovono una serie infinita, concatenata con anelli d’acciaio temperato, raffiguranti i sentimenti più svariati: gelosia, invidia, rabbia, delusione, senso di fallimento, rancore, dispiacere, frustrazione che si inanellano in un circolo vizioso senza una logica fine.Va da sé che oggi mi riferisco a situazioni di media o normale entità, non esaminerò situazioni gravissime, o reati per i quali non esiste punizione adeguata, quelli oggi non desidero prenderli in esame. Una prossima volta, se ne avrò il coraggio, potrò farò con piacere. Ricordo con gioia e tenerezza quella ragazzina magra magra con il Mivar nel tinello, sul portatelevisione di vetro e ferro. Questo tubo catodico che ora riposa nei Musei delle isole ecologiche, a volte emetteva suoni tetri, onde e grafici grigiastri. Io, mi rivedo mentre seguivo, tutti gli sceneggiati per bambini e ragazzi al pomeriggio, a puntate. Non me ne perdevo uno, li conoscevo tutti a memoria e mi sbrigavo a studiare, per aver il consenso da mamma Bianca per accendere il Mivar. Seduta su una delle sedie di finta noce del tinello, a gambe incrociate, le mani chiuse a pugno sulle guance, senza telecomando ma alzandomi di continuo dalla sedia per abbassare o alzare il volume, oppure cambiare canale. Seguivo come tutti i miei amici e amiche, con passione e attenzione soprattutto, altra dote rara oggi! Rin Tin, Tin, Zanna Bianca, Furia cavallo del West, Lassie, Sandokan, Orzowei, Heidi, Candy Candy, Woobinda, Mazilla, Goldrake….sino ad arrivare al più moderno “Happy Days” e per ultimo il buon Rex. “Facciamo la pace?” E’la frase ricorrente tipica, accomodante, sensibile, serena, mediata, pacifista, pacifica, usata dai protagonisti di queste finzioni televisive, ma anche da noi, protagonisti della vita reale. Tre semplici parole alle quali ricorriamo quando, dopo una lite o un diverbio più o meno forte, desideriamo fortemente riappacificarci, con la persona con la quale abbiamo litigato. Non sto ora a verificarne i motivi, posso aver avuto io la colpa, la può aver avuta lui o lei. Possiamo essere stati entrambi o accenderci a vicenda, infiamamndoci gli animi per una parolina banale. Che tale non era se ha dato luogo a sì tanto rancore! Si sta male arrabbiati: sempre e comunque si soffre, c’è un nodo aggrovigliato di fili di ferro che non fanno passare il mal di stomaco, si annidano tra il seno e lo sterno e decidono di albergare lì per un tempo non ben difinito. E’ brutta la fase dell’allontanamento,il non vedersi per chiarire e perdonarsi, è dolorosa e faticosa se tieni all’altro. Ci si sente annullati, azzoppati,muti e falliti, privati momentaneamente o eternamente dalla presenza di una persona importante, che può e che deve avere le sue ragioni.Come io ho le mie e in quel caso non hanno combaciato, non si sono intrecciate in un abbraccio di idee similari. Mille dubbi ed altrettante domande nascono improvvise, che nulla hanno a che vedere, con l’oggetto del contendere. Nei giorni della lontananza, ti chiedi tutto e metti in gioco la tua vita, ti chiedi milel volte in muto parlare, ma con dolore che grida, perché sei arrivata a litigare ancora o per la prima volta, con chi non avresti mai detto. Vorresti chiarire tutto e subito o preferisci fare il muso duro? Desideri assumere atteggiamenti orgogliosi e di supponenza grave,o ti metti in discussione e chiedi tu di fare la pace? Io, tu,egli, noi, voi, essi non faremo mai il primo passo per il sospirato riavvicinamento, non ne sono molto sicura. Io soffro molto, piango, mi sento vuota e sola, abbandonata a me stessa se sono arrabbiata con una persona che mi sta a cuore, una persona alla quale voglio molto bene. Per mia natura sarei tentata di farlo io il primo passo per fare la pace, se non si tratta di litigate o diverbi che necessitano di allontanamenti lunghi. Ma sto imparando che il “mai” e il “per sempre” non esistono, fine a se stessi. A volte devo rimanere ferma,in disparte e non devo mandare messaggi o fare telefonate finché non è passata ‘a nuttata. Mi devo ritirare in buon ordine e starmene nel mio cantuccio a riflettere con calma, cosa per me assai difficile ma necessaria. Mi sento inerme in quei giorni di tristezza e vuoto interiore, mi manca un pezzo di me, mi manca la voce dell’altra/o, mi mancano i suoi gesti e le sue caratteristiche. Ed è allora che mi domando se ne valeva veramente la pena, se era necessario il battibecco, mi interrogo e sovente, butto io il sassolino per prima. In quel momento comincio ad alleggerirmi,la testa mi scoppia di meno, il cuore si fa meno pesante da reggere, i pensieri cominciano a srotolarsi, il filo di ferro si dipana a poco a poco…Dopo un tempo che mi sembra comunque sempre infinitamente lungo e straziante, quando odo la mia o l’altra voce, pronunciare la tanto sospirata frase”Facciamo la pace?”, mi sento rinascere. In quell’attimo non desidero null’altro, se non riabbracciare l’altra persona, promettendoci a vicenda di non farlo più.Come due bimbi che stanno imparando, ci riprendiamo per mano, ci guardiamo e decidiamo di sorriderci,anche se siamo adulti ma la sensazione di benessere, di calma e serenità interiore ed esteriore che nasce in quel momento è per me impagabile.Non c’è età o sesso, colore o religione per la pace.E’ una ricetta miracolosa che fa ritrovare i colori dell’arcobaleno,che fa vedere e vivere la vita con più spensieratezza ed in modo più leggero ed armonico. Ritrovo me stessa, mi sembra di camminare sospesa,le parole dette in quell’antico atto di rabbia desidero accantonarle. Io, tendo a dimenticare oggi, desidero perdonare e fare la pace. Mi fa stare bene. E’ il raggiungere una felicità normale, un vivere quieto e ondeggiante, un livello di successo umile e semplice, sommesso e non gridato, un raggiungimento di accordi intelligenti. E’ uno stato di benessere generale inspiegabile con le parole, uan sensazione che mi prende e mi avvolge tutta,ed accompagna le giornate seguenti l’atto di pace, che non presuppongono più orgoglio e saccenze. Per me non sono ovvietà.

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