Ninuccia e le scarpe degli Angeli(sinossi e Prima Parte del I Capitolo)

Questo romanzo è frutto del solo ingegno
dell’Autrice, pertanto ogni tentativo di copia
o riproduzione non autorizzata, sarà punibile
ai sensi di legge. immacolataconcezioneCopyright © 2014
Fabiana Schianchi
SINOSSI.

Questa è la storia di una grande Donna e Mamma: la Dottoressa Ninuccia Ercolani, nata il 14 Ottobre 1950, a Castrolibero, in provincia di Cosenza. Alla soglia dei sessant’anni, vedova del secondo marito, sopraffatta da svariati problemi di salute che la stravolgono, stanca e delusa da tutto ciò che la circonda, decide di lasciare all’improvviso la sua carriera e le sue smisurate ricchezze. Regina del jet set da diversi anni, sta per ricevere il riconoscimento internazionale per il quale ha lavorato e studiato tutta la vita, il premio “Infanzia e abusi: tecniche di educazione dolce, per diventare adulti sereni”.E’ l’unica donna al mondo, ad aver inventato e insegnato, attraverso i suoi libri ed i suoi seminari, letecniche dolci di rieducazion quei bambini come lei, che hanno subito abusi da parte di adulti. I motivi che si scatenano all’improvviso in Ninuccia sono tanti, ma il principale rimane sempre lo stesso: cercare e trovare suo figlio. Il piccino è il frutto di uno stupro subito all’età di tredici anni, ucciso appena nato da una madre psicologicamente disturbata. Ripensa al suo primo matrimonio, con un personaggio ambiguo e alcolizzato, per sfuggire alla figura materna psicotica e gravemente ammalata. Riflette di continuo sulle seconde nozze, con un marito molto più anziano di lei, per il quale ha provato solo tenerezza ed eterna riconoscenza per averla fatta diventare ricca e famosa nel mondo. Con disperazione ma con fermezza strabiliante, lascia tutto ciò che possiede per ricominciare da dove aveva iniziato. Tenta di riavvolgere la pellicola del film sulla sua vita e la fa ripartire daccapo. Questa volta sarà lei la regista del film della sua vita. Desidera conoscere e abbracciare suo figlio, non avendone mai accettato la morte. Non sarà facile, abituata agli agi e alle comodità più sfrenate, rinunciarvi di colpo, come non sarà indolore ritornare nei luoghi della sua infanzia dopo quasi trent’anni. Nulla sarà più al proprio posto, ma qui sta la grande sfida di Ninuccia: far ritornare indietro le lancette dell’orologio e vivere la sua vita come avrebbe desiderato. All’improvviso però la situazione si ribalta e i dadi che lei stessa ha lanciato sul tavolo le faranno ottenere un nuovo ed inaspettato punteggio. I fatti che accadranno le sconvolgeranno la mente ed i sensi a tal punto da essere catapultata in una dimensione che lei non conosce. Un finale per nulla scontato, che metterà a dura prova la nuova vita di Ninuccia Ercolani.
Citazioni d’obbligo.

Cito e ringrazio una persona che non conosco personalmente, ma che ho incontrato su questo mezzo straordinario di comunicazione, che si chiama Internet. Si tratta di Alberto Anelli che abita proprio a Castrolibero ed ha descritto notizie importanti, sul mestiere degli Scarpari, spiegando dettagliatamente la storia dell’artigianato calzaturiero di questo Paese. Egli, senza saperlo, mi ha fatto comprendere che questo nome di dodici lettere non l’ho inventato, ma esiste veramente e si trova in Calabria. Facendo le mie dovute ricerche in rete e nei suoi appunti, ho potuto imparare i nomi degli attrezzi che usavano, capire come veniva da loro confezionato un paio di scarpe, ed approfondire così, un periodo ben preciso della loro economia. Ci tengo a sottolineare, che ho inserito nel romanzo i nomi reali degli attrezzi usati, viceversa per i nomi ed i cognomi di tutti i personaggi, sono di pura invenzione, per rispetto e privacy di alcuni discendenti delle famiglie che sono ancora oggi viventi e conosciuti, per il loro legame di sangue con gli antichi Scarpari.

Ricordi lontani.(primo capitolo).

Faceva un freddo polare quel mattino del quindici Gennaio duemilanove. Alle sette e quarantacinque, il termometro a Bologna toccava i meno otto gradi. Dalla terrazza del suo splendido palazzo storico, Ninuccia poteva osservare con stupore e meraviglia, i rami degli alberi ghiacciati che formavano strane stalattiti e stalagmiti. L’acqua dell’antica fontana della piazza era completamente ghiacciata e lucente come uno specchio. I soliti bambini pattinavano come fossero su una vera pista, urlando di gioia. Ogni tanto qualcuno cadeva, dando una gran sederata, mentre gli altri ridevano di gusto, prendendo in giro il malcapitato di turno, infine si davano la mano per fare il girotondo. Questa scena si ripeteva davanti agli occhi di Ninuccia ogni inverno, ogni qualvolta la neve soffice si trasformava in ghiaccio e sempre alla stessa ora: le sette e quarantacinque del mattino, venti minuti circa prima dell’inizio delle lezioni a scuola. Com’erano belli i bambini di Bologna! “Chissà come sarebbe stato il mio bambino..”pensava Ninuccia, sentendo quella ben conosciuta rabbia ribollirle dentro. “Chissà se anche a lui sarebbe piaciuto pattinare sul ghiaccio!”. Poi ricacciava in gola queste parole, deglutendo forte. Questi pensieri erano per lei amari, tristi e dolorosi come lame conficcate nel petto. Erano così forti da costringerla a prendere la solita compressa. E come ogni volta, si dava della stupida e della bimba ingenua, per permettere a tali ricordi di tornare ancora a galla. Che dolci e teneri i bambini di Piazza San Bertolasio! Con le loro gote arrossate per il gran freddo, i nasini gocciolanti, gli occhi che sprizzavano luce, erano un dono speciale che il buon Dio aveva voluto creare e mettere sui nostri traballanti cammini. Ancora una volta stramalediva sua madre, benché le avesse insegnato a pregare. Le aveva anche insegnato a tacere sempre e ad accettare; accettare tutto in silenzio con rassegnazione: questo concetto scolpito nel suo cuore, Ninuccia lo aveva imparato a proprie spese. I bambini avevano la cuffietta di lana, i guantini coordinati, le giacche a vento ben imbottite, un carosello di allegri colori che danzava sui pattini! I passanti intirizziti camminavano con passo veloce, ma li osservavano divertiti e additavano ora l’uno, ora l’altra, felici di vedere quell’arcobaleno. Per un attimo, complice la compressa che iniziava a fare il suo effetto, complice la scena, a Ninuccia tornò una specie di timido sorriso, facendole risaltare le labbra ancora piene e turgide, nonostante i suoi cinquantanove anni. “Avessi avuto io un simile e così caldo abbigliamento invernale! E magari anche un paio di pattini!Invece sempre mezza nuda, scalza, con addosso i vestiti usati e regalati dal nostro Parroco, quegli abiti che i ricchi signori scartavano come si trattasse di immondizia.Per me erano sempre troppo corti o troppo lunghi, ce ne fosse stato uno, dico uno solo della mia misura! E le scarpe? Chiamarle scarpe sarebbe stato un complimento, un grosso eufemismo. Le ricordo consumate e puzzolenti, con molti buchi e tanta colla per assemblare quel che restava di un paio di scarpe, prodotte nella Fabbrica di Mastro Raffaele. Ma quanto e come erano state usate? Quelle che un tempo forse erano scarpe di tela, o scarpe pulcine, “scarpe de’ cartune”,come venivano chiamate al mio Paese, per la gran quantità di cartone usata come riempitivo nei tacchi. Le ricordo molto sensibili all’umidità, all’acqua ed alla neve. Gli adulti, ma soprattutto noi bambini ci ammalavamo facilmente, dato che per tutto il lungo inverno avevamo i piedini bagnati, spesso ghiacciati. Poverini! Poveri miei piccoli amici che come me, chiedevate solo un buon paio di scarpe per correre lontano da lì. Dove siete ora teneri cuccioli? Come state?” Ninuccia avrebbe voluto piangere, ma il pianto non era cosa per lei, non era ancora giunto il momento del tanto sospirato pianto. A parte la pelle di capretto, che era la più pregiata e veniva usata solo per produrre scarpe da cerimonia, le altre pelli che servivano per scarpe normali e che indossavano i meno abbienti come me, erano durissime. Solo ad infilarci dentro un piede ti usciva un grido di lamento per la durezza! Ci potevi anche trovare dei simici del dieci, messi lì apposta, per arrecare dolore a chi le avrebbe usate. “Sunu scarpe e Castrufrancu”, diceva Ninuccia con tono dispregiativo, per alludere alla scarsa ed economica qualità delle scarpe prodotte. Solo molti anni dopo le scarpe con la suola cucita con le tacce e le altre fatte con le gomme delle prime auto, furono sostituite dai carrarmati. Fu Tirotta Mafaldo, chiamato “lo storpio”, che ebbe quest’idea per primo. Egli voleva fare carriera nella Fabbrica e prendere il posto di Achille Fornasetti, primo marito di Ninuccia detto “il furbo”, che in quell’occasione si rivelò ancora una volta un perfetto ingenuo. Mafaldo, astutamente ed in gran segreto, propose a mastro Raffaele di sostituire le suole dai chiodi rampini, con i carrarmati, che altro non erano se non suole di caucciù incise con il disegno dei pneumatici. I carrarmati venivano così fissati sotto alla scarpa per tutta la sua lunghezza, garantendo una maggior durata delle stesse. La nomea che avevano ovunque “sunu scarpe e de cartune” stava piano piano spegnendosi e così Tirotta Mafaldo, divenne Capofabbrica. “Ingegnoso”, disse a voce alta Ninuccia, altro che storpio, quello era un demonio e ne sapeva già allora una più del diavolo! Il padrone doveva promuovere me, che seppur donna svolgevo le mansioni di due uomini messi assieme! Per non parlare di tutto il lavoro che mi portavo a casa la sera! Per fortuna ad aiutarmi c’era Rosina! Dopo la misera cena, tenevamo in ordine tutta la contabilità della Fabbrica, comprese le buste paga, a patto che Mastro Raffaele non mi sfiorasse più nemmeno con un dito. E lui sembrava rispettare il patto”. In seguito la durata e la robustezza delle scarpe, erano notevolmente migliorate. Le broncopolmoniti assieme alla pandemia di asiacella, che ebbe il suo picco massimo attorno agli anni ottanta, diminuirono pian piano, anche se avevano già fatto danni irreparabili alla salute. Ninuccia era molto nervosa, camminava su e giù per le infinite stanze del palazzo, andando diritta verso gli armadi di ebano intagliato a mano. Apriva con foga le serrature degli stessi, ed osservava con braccia conserte e tutta la grinta che aveva in corpo, le centinaia di scarpe che aveva collezionato. Erano state numerate, divise per stagione e colore, collocate in ordine di altezza del tacco, facendo incidere nella propria scatola la data di acquisto ed il calzaturificio che le aveva confezionate per lei. Tutto questo lavoro immane, da vero frate certosino, era stato svolto da Rosina, aiutata da Aristide, aiutato a sua volta da Laerte. Ci volle un mese circa prima di classificare ed inventariare tutte quelle paia di scarpe. E che scarpe! Le migliori firme del mondo: da Paciotti a Prada, da Ferragamo a Sergio Rossi, Casadei e Pollini, le eleganti scarpe di Gucci, le mitiche Christian Louboutin con la suola rossa, l’unico rosso che Ninuccia sopportava perché si trovava sotto al piede e lei lo poteva calpestare. “Certo che se mia madre invece di passare tutte quelle ore in fabbrica, mi avesse dedicato un po’ della sua manualità, non mi sarei ammalata così tanto!”. Angelica, così si chiamava la madre di Ninuccia, era anche un’ottima sarta ed avrebbe potuto confezionarle un abbigliamento adeguato e certamente la figlia non avrebbe avuto tutte quelle bronchiti che puntualmente ogni inverno bussavano alla sua schiena. “Febbri così alte e pericolose, che ogni volta mi facevano rischiare di andare a trovare il Padreterno!”, andava ripetendosi Ninuccia tra sé e sé. In casa soldi per le medicine non ce n’erano, latte caldo con i biscotti nemmeno a parlarne! Solo qualche tazza di brodo bollente, fatto con un pezzo di cappone regalato dalla Iones. Chissà, forse non avendo abortito per tempo, come ella desiderava, si auspicava che una volta o l’altra io chiudessi gli occhi per sempre”. “Una bocca in meno da sfamare”, diceva sempre con rabbia e occhi cerchiati da occhiaie spaventose. Se non fosse stato per Don Gaudenzio che ci regalava le medicine, in cambio di qualche lavoretto in sagrestia, non sarei qua a pensarci su ora.”. Questi erano i primi pensieri di Ninuccia, in quel gelido mattino, quando appena alzata guardava fuori dalla finestra, come ogni mattina era solita fare. Come ogni mattina aveva già acceso il maxischermo per seguire i telegiornali, dove non era infrequente ascoltare un servizio a lei dedicato. Come ogni mattina, appena scesa dal letto, si studiava il viso e si pesava. Abitudinaria, piena di fobie e di rituali, non rinunciava mai a nessuno dei suoi già prestabiliti gesti.Anche se Rosina le aveva acceso di buon’ora il caminetto nella sua camera come piaceva a lei, nulla poteva riscaldare il freddo che la percorreva da capo a piedi, procurandole brividi e tremori. “E’ il solito freddo psicologico, il freddo dell’anima che tu ben conosci e non è influenza, lo sai benissimo e non hai bisogno di sentirtelo dire da me ogni volta!” Questo le ripeteva con voce ancora impastata per il sonno, il suo analista al cellulare, il professor Ugoletti Fortunato. Lei annuiva scocciata per la solita risposta, mentre con una mano teneva l’eterna tazzina del caffè, bevanda che adorava da sempre e nell’altra la prima sigaretta del mattino.“Sarà anche freddo psicologico” si diceva nervosamente tra sé e sé, “ma io sto gelando e tremo come una foglia”. Sono certa che tra poco mi verrà un attacco di panico, di quelli da farmi urlare!” Tutto questo mentre chiedeva a Rosina di aggiungere altra legna nel camino. Rosina le rispondeva, con la solita amorevole pazienza, di restare calma e di sorridere e Ninuccia se lo faceva ripetere sempre almeno tre volte. Nonostante le consuete tre volte, quel mattino Rosina non riusciva a calmarla, né tanto meno a farla sorridere. La voce antipatica che Ninuccia si ritrovava ora, era cambiata anni prima, dopo un intervento alla tiroide durante il quale il chirurgo, per sbaglio, le aveva toccato una corda vocale, facendole nascere questa specie di corvo gracchiante in gola. Certo che gliene erano successi di eventi dalla sua nascita fino ad oggi! Come aveva fatto a sopportarli tutti, ad arrivare così in alto, nonostante il destino le giocasse dei doppi tiri, barando in continuazione con lei? Queste risposte ancora non le era concesso conoscerle. Se da una parte il destino la riempiva di trionfi, successi personali, viaggi nel mondo e ogni bene voluttuario creato, dall’altra le toglieva sempre un pezzo della sua anima e della sua salute. Era ancora avvolta nella sua splendida vestaglia rosa di chiffon, mentre appoggiata alla finestra, guardava la neve cadere: ogni fiocco corrispondeva per lei ad una delle comodità e degli agi che stava volutamente per lasciare. Ogni fiocchetto che si depositava in terra, le faceva ritornare in mente un fallimento amoroso, o un premio conquistato a duro prezzo con una tenacia ed una forza sorprendenti che non le appartenevano ma che inspiegabilmente, aveva dovuto tirar fuori. La decisione oramai era stata presa. Niente e nessuno l’avrebbe fatta desistere dal suo inconcepibile proposito, né tanto meno le avrebbe fatto cambiare idea. “Testarda come un mulo di montagna sei! Come una capra con il latte acido, come un montone rimasto solo per mesi e mesi”, le diceva sempre l’adorata nonna materna, Nonna Divina. Divina di nome e di fatto per lei, avendola amata come sua madre non aveva saputo fare. Se avesse potuto l’avrebbe uccisa con le sue mani a poco a poco, facendola soffrire come aveva fatto la madre con lei per molti anni, amputandole un pezzetto di carne e di dignità per volta. Sarebbe stato troppo facile spararle un colpo in mezzo alla fronte! Troppo comodo e di nessun dolore per la madre. Una madre che avendo un cattivo ed ammalato rapporto con il sesso maschile, era stata capace di inculcarle solo nozioni fuorvianti ed estreme su di esso. Le aveva fatto credere che ogni marito o uomo in generale, fosse un traditore per il solo fatto di possedere un pene tra le gambe, facendole il lavaggio del cervello su tutti gli uomini. La mandava sempre con il padre Biagio, al Bar del paese come guardia del corpo, o al mercato del martedì, con l’ordine ben preciso di riferirle se si appartava con qualche sgualdrina. Non poteva lasciarlo un attimo, nemmeno se le scappava forte la pipì. Come un fedele cane da guardi, doveva rimanere sempre incollata ai suoi pantaloni, che sapevano di scarpe e tabacco . Purtroppo diverse volte arrivava a casa con le mutandine bagnate, ricevendo non solo due schiaffi da sua madre, ma anche un mare di insulti per come si era comportata. Ogni uomo che fosse veramente uomo, per la madre che solo di nome faceva Angelica, era inevitabilmente indotto dalla sua virilità, ad avere un’amante ufficiale con la quale fare tutte quelle cose sporche, che di regola con una brava e devota moglie non si fanno. In più alcuni uomini, con una carica sessuale molto pronunciata, necessitavano anche di altre sciacquette di scorta, oltre naturalmente all’amante ufficiale. Tutto ciò senza implicazioni sentimentali o tanto meno ricompense in denaro. Questo Ninuccia aveva imparato fin da bambina: uomo uguale a traditore, sempre, dovunque e con qualunque femmina, fosse anche un animale a quattro zampe! Ninuccia era a conoscenza che queste pratiche orripilanti si svolgessero in certi sperduti paesini di montagna, dove non c’erano leggi ed umanità, dove l’uomo o la donna erano peggio degli animali stessi, dei quali abusavano per soddisfare impellenti e gravissimi bisogni sessuali. Con occhi tristi e prevenuti, osservava sul suo letto le innumerevoli valigie, i bauli, la ventiquattr’ore che conteneva il portatile, le agende ed i cellulari di ricambio. Guardava e si grattava il capo, pensando a che cosa se sarebbe servito tutto questo inutile armamentario firmato Louis Vuitton. Ninuccia spense di colpo la sigaretta nel posacenere e si fermò spaventata da tutta quella ferraglia.“Ma poi a cosa mi servirà tutta questa robaccia?”.Se voglio veramente ricominciare da zero, non posso portare con me un pezzo della mia attuale vita”. Aprì le valigie con una collera inaudita, le svuotò completamente e le scaraventò tutte in terra, facendo un gran rumore. Il rumore attirò Rosina in camera, che con aria tranquilla le disse”Che cosa ti avevo detto? Ti dovrò prendere la vecchia valigia di cartone, che ho riposto nell’armadio numero sei, quello che tu chiami il reliquiario, ci metteremo dentro solo gli indumenti indispensabili alla tua follia, le medicine e poco altro. Se vuoi compiere questa pazzia fallo pure a questo punto, ma almeno usa l’intelligenza. Sei d’accordo con me?” Aspettando l’ovvia risposta, Rosina si mise pazientemente a raccogliere gli abiti sparsi per terra e cercò di ripiegarli sul letto in attesa dei nuovi ordini di Ninuccia, che ancora pensosa le disse”Hai ragione tu, come sempre in queste situazioni. Vai pure a prendermi la valigia marrone di cartone, ed io cercherò di fare mente locale, grazie Rosa”Intanto la tazzina del caffè era vuota e già ne voleva un altro, riflettendo a quando, tra pochi giorni non avrebbe potuto più berne uno così buono e cremoso, proprio come piaceva a lei. Posò delicatamente il piattino di Limoges, con incise le sue iniziali in oro, uno dei doni del suo secondo marito, salutandolo per l’ultima volta. Una smorfia di disappunto le disegnò una ruga sul viso,
incredula, leccava l’angolino della bocca dove spuntava la ruga. Avrebbe voluto piangere, anche solo una lacrima le bastava, ma non vi riuscì. Non ricordava più quanti secoli prima, era riuscita a versarne una. Cercò di concentrarsi solo sulle incombenze di lavoro, prese l’agenda di pelle scamosciata blu per leggere ed annotare con cura e precisione le ultime incombenze da eseguire, prima della partenza.

(fine prima parte Primo capitolo, continua…)

 

 

La mia sempre migliore amica.

Oggi mi concedo una mattina tutta dedicata all’amicizia. Per stamattina non lavorerò, ieri sono stata molto male causa attacco feroce di cervicale, provocato da un’umidità che si tocca con le mani, che ci bagna gli abiti, che ci annebbia la vista e avvolge tutte le nostra ossa, muscoli e fasci di nervi Emiliani doc. E dintorni! Uno di quegli attacchi da dover rimanere ferma immobile, sdraiata al buio, occhi chiusi, Orudis che faceva lentamente il suo corso.Ricorro all’Orudis quando sto per tirare le cuoia: prima prendo inutilmente e lo so, Moment, Tachipirina, Efferalgan, (non tutti insieme!) sperando di prendere in giro la cervicale. Così per evitare un medicinale molto pesante per lo stomaco, ne prendo 4/5 nell’arco di uno/due giorni, non ottengo risultati soddisfacenti, il male s’incarognisce e diventa sempre più atroce. Poi ricorro alla botta finale: o la va o si spaccano(la testa ed il collo!) Mi pare, mi sembra, (ma al computer ho già un piccolo inizio di nausea..) di essere quasi in forma, occhiaie a parte, ma con un poco di fondotinta le mascheriamo. Vado a trovare R., la mia cara migliore amica di sempre. Non credo interesserà a lettori con aspettative più alte e scientifiche delle mie, ma per me questo appuntamento è molto importante. “Ma non eri dimissionaria?” Sì lo sono, ma qualche volta la nostalgia del posto di lavoro prende il sopravvento e passo a fare una visitina al mio vecchio ex salotto. Ora è impolverato, coperto da cellophane, i mobili sono tutti accatastati, qualche tazzina è sbeccata, il vassoio per il caffè è buttato in un angolo. Non tocco nulla, giuro! Guardo e basta, non rubo niente di ciò che era già mio. Ma che ora è a disposizione di chi vorrà metterci la propria inventiva per rispolverarlo. Non vi ho dato una eclatante notizia di massacri, di stragi, di terremoti, di scegliere se fare 3 figli o 5, non vi parlo di satira o di storia, vado semplicemente a trovare una persona.Semplicemente per usare un eufemismo, è uan cosa meravigliosa, poter dire di avere un’amica che è preziosa da sempre, che è la tua migliore amica, che fa parte di te e della tua storia personale. E’ un grande dono che forse, tendiamo a sottovalutare. Molte persone non hanno amici: nè migliori e nè peggiori, qualche conoscenza di circostanza, pochi colleghi, dei vicini di pianerottolo. Tutta un’altra faccenda…Io ho da 44 anni una persona con la quale mi sono sempre trovata bene, una persona con la quale c’è un’empatia perfetta, io e lei ci siamo sempre completate pur essendo diversissime. Oggi riprenderemo il discorso dove l’avevamo loasciato, con due bottiglie d’acqua sul tavolo, due caffè e parecchi pasticcini dolci (per lei) e salati (per me). Come fosse ieri che ci siamo viste, ed invece era la metà di Dicembre per il consueto appuntamento natalizio. Quest’anno senza mariti e senza figli, solo noi due, a farci risate e confidenze, a guardarci negli occhi e a capire già che cosa l’altra voleva dire. Questo per me è uno dei regali che la vita mi ha fatto, a volte tendo a sottovalutarlo, ma è una cosa, anzi! Una persona che c’è ed esiste, sulla quale poter contare anche fossi all’ospedale. Sono ricca, forse non lo sapevo.

Non posso non scriverlo.

Contravvengo alla mia decisione di non postare più nulla, morsicandomi un labbro perchè dopo le mie dimissioni lo avevo giurato a me stessa, ma sono un essere umano e pertanto soggetto ad  errori o atti dei quali forse, ci si può in seguito pentire. Sento molto dolore non commisurato e non meritato, non cercato e non agognato. L’argomento tanto antico quanto attuale, mi impone di scrivere nero su bianco. La questione è arcaica quanto mercenaria, la faccenda è sempre e solo quella e non guarda in faccia nessuno. Per loro, si uccide senza guardare chi è il bersaglio. Si può uccidere anche solo con la lingua e chi perisce sotto la lama tagliente delle parole che bruciano, ahimè! non ne esce comunque vivo. Mio Dio che schifo mi fanno! Non c’è colore della pelle  o religione o stato economico che esista. Per loro si uccide ancora nel 2015 e lo stiamo vedendo in TV e leggendo ovunque.Non si uccide nel nome di un Dio che nessuno di noi ha mai visto o conosciuto, se ci sarà un Dio non è certo Lui che chiede di uccidere nel suo nome. menzogne! Si uccide solo e soltanto per potere, per sete e fame di vendetta, per pavoneggiarsi agli occhi degli altri,  per credere di essere più potenti e più forti degli altri nostri simili, per arricchirsi sino ad essere satolli di soldi e danaro. Sino a vomitarlo dalla gran quantità che se ne vuole ingurgitare, più ne hai più ne vuoi, più ne hai e più uccidi. Non c’è fine e non c’è morale, sei come in uno stato di delirio perenne e vedi solo e soltanto il loro colore e la loro forma. Per loro disconosci anche tuo figlio, chiami prostituta  tua madre ed infanghi il nome dei morti.Non mi sta bene, non è il mio modo di pensare e di vivere. Ma mi ci ritrovo invischiata senza volerlo. Quest’anno dispari come numero finale, il 2015 per me è iniziato sotto il peggiore degli auspici, con la sfiga attaccata allo stomachino di mia figlia, ora prosegue nel vedermi “vittima” e “coinvolta” in un giro d’incomprensioni lungo vent’anni. Mi ritrovo a dover combattere ancora con i fantasmi del mio passato per colpa di una lingua biforcuta che anche alla sua età venerabile, ha parlato troppo e troppo male. Mi è insopportabile tutto questo: perchè per me non c’è mai pace?  I nomi sono stati infangati, i morti però non possono parlare o scusarsi o spiegare, ed è troppo tardi per tutto. L’astio uscito fuori dalle bocche, sa di diabolico, il fiato con il quale si respira male in questi giorni è un alito gelido ed indemoniato, i livori, le rabbie, le zone d’ombra su alcune persone non più esistenti mi costringono a ribaltare i miei pensieri e ad aprire sarcofaghi che avevo chiuso per sempre. Gli epiteti, l’accidia, i tradimenti, il rubare, i sotterfugi, il seminare zizzanie, il raccontare bugie, che hanno sempre chiamato “a fin di bene” mi stanno sommergendo. Le bugie non sono mai a fin di bene, la verità lo è, ed è la sola che va detta e raccontata. Le bugie, le menzogne, i fatti distorti possono solo portare male ed odio: una menzogna è una menzogna cioè uno stravolgimento della verità detta per meri scopi utilitaristici. Non va mai detta, soprattutto se danneggia un altra persona. Voglio uscire da questo tunnel che si sta facendo sempre più stretto e buio, non vorrei rimanerne intrappolata a causa di carta sporca al pari di carta igienica, carta velenosa, carta inzuppata di escrementi, pezzi di carta per i quali anche oggigiorno dopo anni, qualcuno sarebbe disposto a tutto. Non cè bisogno di andare molto lontano: in tutte le famiglie, soprattutto quelle definite più “perbene” più agiate, più aristocratiche il vile dio danaro si insinua tra le lingue e le bocche dei componenti della famiglia, zombie impettiti vestiti a festa, ma pronti ad uccidere se non sono satolli di soldi! Più c’è benessere e più questi mostri girano nei nostri portafogli e meno c’è amore. Più ci sono soldi più girano le rabbie, i tradimenti, gli stupri, gli odi e più si bestemmia. I morti non possono più parlare, i vivi vogliono aprire le tombe, sono pronti a tutto pur di sapere, ma se poi trovano cadaveri di cui non sospettavano nemmeno l’esistenza? I vivi superstiti sono pronti a far riemergere verità che non consocevano e a soccombere sotto le macerie ritrovate? Continua a leggere “Non posso non scriverlo.”

Che la sfiga sia con me! (Seconda parte)

Immagine 048Siamo tornati stanchi ma contenti per aver rivisto Venezia, che anche se sporca, lacera, fredda e puzzolente ha sempre il suo perché. Foto su foto, freddo e baveri rialzati, cinesi e giapponesi anche dentro le nostre tasche, file interminabili per visitare la torre, i musei, la Basilica di San Marco, negozi con vetri di Murano e camei anche sulle insegne, ma…super extra vuoti. D’Italiani s’intende! Invece i turisti stranieri comprano già le maschere per il carnevale imminente,Immagine 069Immagine 064 comprano un Seguso o un Venini come fosse aranciata, comprano le clutch di Dior in serie, comprano le scarpe Sebastian in vari colori, comprano di tutto, comprano e mangiano in continuazione, per fortuna nostra! Alice contenta d’aver capito il funzionamento della vita sull’acqua, noi orgogliosi per aver resistito al freddo pungente che ci aveva congelato gli alluci dei piedi, noncuranti che di lì a poco, la sfiga avrebbe fatto la sua comparsa con un anno di più. Facciamo un breve conteggio di quanto ci è costata questa piccola gita fuori porta da Abano a Venezia. Tre ore a Venezia: parcheggio 26,00 euro, traghetto 40,00 euro andata e ritorno, ma il ritorno ce lo siamo fatti a piedi,benzina e autostrada 25,00 (quaranta minuti di viaggio!), due caffé 3,00 euro, una pallina di vetro con gondola come souvenir 3,50. euro. Stop!Più una stanchezza infinita per aver camminato a piedi con molto freddo per ammortizzare la scappatella, più i ricordi della nostra prima “fuitina d’amore” in un hotel romantico, con la camera tutta in stile ovviamente veneziano all’ultimo piano, in piccionaia, dove dal balconcino piccolino alla sera, dopo aver fatto l’amore, con la sigaretta in bocca, (allora fumavamo tutti e due..) guardavamo il campanile di Piazza San Marco, facendo progetti per il futuro:sembrava un film in bianco e nero! Io con la sua t-shirt di venti taglie più larghe e le gambe nude, scalza e con il ginocchio all’altezza del naso, un classico del dopo amplesso, lui in boxer e dieci kg in meno, bello come Brad Pitt e soprattutto molto più giovane di me.Mi chiedevo appagata e contenta se sarebbe durata, cosa avrebbero detto gli altri e i parenti, ma avevo quarant’anni e mi sentivo una leonessa! Perciò innamorati e consapevoli di esserlo decidemmo di proseguire il nostro viaggio(era l’aprile del 2004!) e siamo ancora qui con Alice Aurora insieme a noi! Con un piede, mandavamo via i piccioni che venivano a posarsi sul nostro terrazzino, con gli altri due ci toccavamo le dita, giocherellando come due adolescenti! E qua sta cascando l’asinello, se comincio con i ricordi vuol dire che non sono più nella bolla di sapone e che qualcosa di nefasto sta per avvenire.Immagine 054 Arriva il giorno 3 Gennaio, ultima giornata alle terme, ultimi bagni caldi, ultimi acquisti con i saldi e i super sconti, le cartoline sono state spedite e le valigie quasi fatte. Andiamo in salone per l’ultima cena, ed essendo sabato ci accorgiamo che sui tavoli del buffet non ci sono solo le verdure serali cotte, crude, al forno, alla griglia, fritte, al vapore….ma c’è un buffet ricchissimo di ogni ben di Dio, come chiusura bene augurante delle feste: il 6 gennaio anche l’hotel avrebbe chiuso i battenti sino a metà febbraio per pulizie e ristrutturazioni annuali necessarie. Partiamo io e mio marito in fila, come alle mensa aziendale quando si gira tutti in tondo attorno ai tavoli, mi sento molto molto ridicola in quel momento e con il piattino in mano! I tempi della mensa a Max Mara, quando lavoravo là ed ero impiegata nell’ufficio contabilità e faconisti (leggi fasonisti).Son passati decenni ma faccio ancora la fila negli hotel come al supermercato, come in farmacia e pazienza! Carichiamo i piatti con un po’ di tutto, di tutto un po’ e notando che c’erano anche le pizze calde appena sfornate, torno di corsa al tavolo per dirlo ad Alice, che va pazza per la pizza!! Continua a leggere “Che la sfiga sia con me! (Seconda parte)”

Per fortuna anche quest’anno è arrivata!

epifaniaE’ arrivato come ogni anno come ogni anno che io ricordi anche il sei Gennaio, festa dell’Epifania, che tutte le feste per fortuna, se le porta via.Poi arriverà San Benedetto che ne riporta un bel sacchetto! Questo simpatico proverbio antico si riferisce alla festività di San Benedetto celebrata il 21 Marzo, primo giorno di primavera, spostata in seguito all’undici luglio. L’Epifania chiude il ciclo delle feste natalizie, così come l’antica data della festa di San Benedetto apre il ciclo delle feste pasquali. Oggi è una festa cristiana a tutti gli effetti, festa di precetto, le scuole e gli edifici dedicati al lavoro, sono chiusi. Possiamo chiamarla anche Epifania del Signore, cioè Gesù si rivela agli uomini. La Chiesa Cristiana vuole ricordare che Gesù si mostra ancora neonato ai Magi venuti dal lontano Oriente, attirati dalla stella cometa e fermatisi ad onorare la umile e povera regalità di questo Bambino.itremagilecalzedellabefanaIn tutti i paesi europei e cristiani, ci sono tradizioni antiche, come quella di accendere dei fuochi bene augurali, che dovrebbero rischiarare ed illuminare il viaggio della Sacra Famiglia in fuga da Erode,verso l’Egitto. In verità questi fuochi sarebbero pertinenti alle credenze precristiane, che celebravano il solstizio d’inverno. In base alla direzione delle fiamme del falò e delle scintille, c’era chi prediceva il futuro sull’anno appena iniziato. Forse i primi veggenti o presunti tali, nacquero proprio allora? La figura dell’oracolo è sempre molto presente nei popoli antichi di tutte le nazionalità, ed ognuno, con i propri studi ed usanze si concentrava nel predire il futuro, usando diverse metodologie. Chi guardava la luna, chi i fuochi, che studiava la terra ed i frutti che essa concedeva, chi interpretava i sogni, chi studiando gli animali ne ricavava il futuro, insomma ce n’era per tutti i gusti e tutte le popolazioni. Come dimenticarci di Nostradamus (al secolo Michel de Nostredame o Miquèl de Nostradama in occitano) o San Malachia, di Giuseppe figlio di Giacobbe che tradusse con esito positivo, i sogni del Faraone d’Egitto? Solo per citare tre nomi famosissimi! Si compiono oggi molte rappresentazioni in costume, relative all’adorazione dei Magi e allo scambio dei doni ai bambini. Uno dei personaggi più popolari legati alle leggende è proprio la nostra amata Befana, che altro non è se non una storpiatura del nome Epifania.befana02 Viene rappresentata come una vecchia strega, a cavallo di una scopa di saggina, che deposita regali e dolci all’interno di calze messe vicino ai camini, alle finestre o ai piedi dei lettini dei bambini. In Spagna i regali sono recapitati dai Magi in persona, chiamati Los Reyes. E’ tradizione preparare dolcetti speciali a forma di stella, di scopa, di calza o di Befanina.I Re Magi erano tre: Melchiorre (Melechior) chiaro di carnagione, vestito come un re medievale e anche se è il più giovane dei tre, ha barba e capelli bianchi per essersi troppo vantato della sua forza e giovinezza, quindi viene considerato il più vecchio dei tre. Poi c’è Gaspare,(Gaspar) vestito quasi uguale ma con i capelli castani. Infine abbiamo Baldassarre ,(Bathesalsa o Balthasar) mitico re babilonese, moro vestito come un principe arabo. Portarono in dono a Gesù Bambino: oro,che era un dono riservato ai re e Gesù era il re dei re; incenso,come testimonianza di adorazione alla sua divinità; strong>mirra, usata nel culto dei morti, Gesù è uomo e come tale è un essere mortale. Secondo numerose leggende arrivarono da Gesù tredici giorni dopo la sua nascita, quindi non è ben chiaro se il loro arrivo fu il 6 o il 7 gennaio. La befana lascia il carbone (dolce però!) ai bambini che si sono comportati male e dolci o giocattoli di minore importanza rispetto a Babbo Natale, ai bambini buoni.Nei paesi di lingua tedesca, la notte dell’Epifania i ragazzi girano le strade dei paesi e segnano sugli architravi delle porte con il gesso, le lettere CMB, che significano “CHRISTUS MANSIONEM BENEDICAT”, Cristo benedica la casa e sono anche le iniziali di Caspar, Melchior e Balthasar. E voi, avete ricevuto carbone o dolci quest’oggi?

Che la sfiga sia con me!(Prima parte)

DSCF3889 Comincio con la fotografia di Fabiana durante una delle gite più solari e divertenti dell’anno 2014, eravamo nella regione Marche,della quale tanto ho detto e tanto ho scritto, rivista dopo trent’anni da quella vacanza strepitosa a Numana! Questa è una delle foto che amo maggiormente, sono al naturale, capelli al vento, non truccata, un leggero sorriso mi attraversa il viso accarezzato da quel venticello di aprile che mi coccolava teneramente! Ci sono alcuni giorni nel corso di un anno solare nei quali mi pare di sentirmi bene, sento che va tutto bene e che è tutto a posto!Mi sento allegra senza capirne il perchè, mi risento giovanissima, molto carina,graziosa e gentile con gli altri, senza preoccupazioni e senza sentire il tempo che passa.Credo che le giornate si infilino in modo positivo l’una dopo l’altra e non ci sono all’apparenza intoppi. Sono quei momenti nei quali ho voglia di fare cose nuove, sono ore durante le quali non avverto lo scorrere del tempo ma sento solo il mio cuore battere regolare e calmo. Sono solo impalpabili attimi che voglio tenermi ben stretti! Si possono quantificare in poche ore, che sommate tutte insieme Immagine 028divengono forse un paio di mesi all’anno. Sono pochi, me ne rendo conto, ma in quei momenti mi vien voglia di sperimentare tutto, ho l’animo colmo di riconoscenza per essere viva ed essere circondata da persone che amo.Sono ore impagabili per me, indescrivibili perchè mi portano in uno stadi di benessere e di non allarme o ansie immotivate delle quali la mia vita è satolla!DSCF4236, non penso alle brutture della vita o alle tasse che sicuramente lieviteranno ancora. Sono grata e contenta per quei giorni leggeri, nei quali riesco ad estraniarmi dal mondo circostante allontanando pensieri nefasti come malattie, lutti, dolori,perdite d’amicizia o presunte tali e quant’altro di negativo ci possa essere là fuori da me stessa.Immagine 035.Mi viene il desiderio di visitare luoghi sconosciuti, oppure tornare in quelli noti ed amati, mi sento di sperimentare un trucco nuovo o una nuova acconciatura,di infilarmi un abito che non inodssavo più da anni, non avverto il peso dell’età che inevitabilmente a tratti si fa sentire. Non ho nemmeno paura a passeggiare al buio di sera o ultimamente, c’è questa novità assoluta dello scattare fotografie che mi prende sempre di più!Provo a migliorarmi giorno per giorno, non è facile,non ho le basi e non ho mai fatto corsi, ma non è detto che quest’anno sia l’anno buono per farne uno.costume venezia 02-01-2015 12.34.05 1579x2087DSCF4272Immagine 043. In quei momenti per me preziosi mi sfugge la situazione di mano, perdo il controllo sul presente, mi lascio andare,ondeggio leggera e sciolta e mi faccio cullare dall’attimo.Lo dovrei fare molto più spesso:lo dice anche il mio medico, lo dicono i miei amici e le persone che mi vogliono bene veramente.Per me è difficile ai giorni nostri non essere razionale e raziocinante, non riesco quasi più a non pensare e a lasciarmi andare come facevo in passato, non pensando alle conseguenze delle mie azioni. Mai! Testa matta com’ero, anche se persona seria e molto ligia al dovere, avevo la testa di una ragazza che non pensava al domani e al fatto che anch’io sarei invecchiata. Non mi sfiorava nemmeno da lontano l’idea che un bel giorno anch’io avrei passato la trentina, la quarantina e la cinquantina… e speriamo di proseguire nel conteggio!a href=”https://fabianaschianchi.files.wordpress.com/2015/01/dscf4239.jpg”>DSCF4239. Questo è quello che mi frega in quei momenti:non penso mai che di lì a poco la sfiga, sempre nascosta dietro l’angolo, mi possa venire a guastare l’incantesimo e a rompermi le uova nel paniere, come si suol dire! Ho trascorso come di consueto facciamo per il Capodanno, una settimana alle terme di Abano con la mia famiglia, luogo ideale di relax e riposo dentro alle calde acque delle piscine termali. Mi sono concessa un paio di trattamenti al viso, ho fatto misurati ma gradevoli acquisti, ho fatto le mie acrobazie in piscina con tre tubolari di plastica, dato che non so nuotare. Ogni anno acquisto un pizzico in più di sicurezza per stare in mezzo alla piscina, cioè staccata dal muretto, cioè galleggio cioè sto a galla anche se ripeto avvinta a tre tubolari più un salvagente, senza gridare”Aiuto, affogo!” come un’oca ben pasciuta dentro all’acqua ma almeno il panico non mi assale. Ci ho messo anni e anni per conquistare il coraggio di non stare avvinghiata come l’edera al muretto della piscina, oppure abbracciata a mio marito o attaccata a qualcuno che sapesse nuotare bene.Per non parlare del ristorante, dello chef, dei buffet e delle ricche e maestose portate che hanno accompagnato ed allietato i nostri deschi!(questa è una scultura di ghiaccio che i titolari dell’Hotel “All’Alba” (Abano Terme) avevano messo all’ingresso del salone per l’ultimo dell’anno! Era veramente coreografica, forse io con la mia foto non le rendo merito, perdonatemi!Persino mia figlia, ostica e molto riluttante a provare pietanze a lei sconosciute ha potuto apprezzare il cibo, preparato con semplicità di ingredienti ma gustosissimo e molto leggero da digerire. Abbiamo dovuto, tra virgolette, sopportare stoicamente il lungo cenone, durato sino alle ventitré, ma intervallato da musica e balli, sicché per la prima volta non è stato pesante, “vecchio ed obsoleto”,interminabile.E’ scivolato via senza che nessuno si lagnasse, tra una portata e l’altra con sapori delicati ma decisi allo stesso tempo, come quel pesce spada cotto al vapore e profumato solo di erbe buone. Lo chef aveva acquistato cinque pesci spada interi, per poi servirli nel modo più naturale e gustoso possibile! Una delizia per gli occhi e per il palato.Non avremmo mai immaginato che di lì a poche ore, se vogliamo dirlo, più precisamente dopo quarantotto ore esatte, iniziavano i dolorosi ed inattesi botti (usando un eufemismo!)di Capodanno. peccato fosse già il tre Gennaio 205 e botti così, in giro non ce ne dovevano più essere. Ma la sfiga è sempre in agguato e stavolta ha colpito anche noi!(fine prima parte)

Immagine 032Immagine 040Immagine 042Immagine 042costume venezia 02-01-2015 12.34.05 1579x2087