Ninuccia e le scarpe degli Angeli (IX CAP.)

                                   Ninuccia si sposa.

Compiva ventinove anni Ninuccia quel quattordici Ottobre millenovecentosettantanove ed il ventiquattro ottobre, festa del patrono di Castrolibero si sarebbe sposata con Fornasetti Achille detto il furbo. Sua madre Angelica si era ripresa quasi del tutto dal gravissimo ictus che aveva avuto anni prima. Il linguaggio era tornato abbastanza comprensibile, solo le gambe erano rimaste paralizzate e viveva su una sedia a rotelle.“Sarebbe stato meglio e più salutare il contrario”, diceva Rosina a Ninuccia.”Non continuerebbe a ripetere i suoi sproloqui per tutto il santo giorno! Quella sua linguaccia da vipera continua a fare danni, anche se si è accorciata di parecchio, mentre le gambe non avrebbero parlato!”. “Pazienza, che cosa ci vuoi fare Rosina? E’ andata così, noi non possiamo più intervenire ora. La vita punisce i buoni e premia i cattivi, l’ho sempre detto io ma credo che oramai non le restino più molti anni da vivere” aggiunse Ninuccia, rassegnata al fatto che sua madre fosse una pazza assassina. Quello che aveva fatto non cambiava lo stato attuale delle cose, era avvenuto e basta: nulla e nessuno aveva il potere di cancellare il delitto. Dopo il matrimonio ci inventeremo qualcosa per abbandonare Achille, tanto in Paese lo sanno tutti che beve e quando è sbronzo diventa molesto. I motivi per un buon annullamento con addebito di colpa non glieli leva nessuno. Che ne dici Rosina? Per ora terminiamo di cucire quest’abito bianco proprio adatto a me, che arrivo all’altare ancora illibata!”. Pronunciava queste parole con vergogna mista a cinismo Ninuccia si punse un dito con l’ago e succhiò forte il sangue per non vederlo. Odiava il rosso, odiava il sangue, odiava la lesina e le scarpe nzippate con i guarduncelli. Quel ventiquattro Ottobre del millenovecentosettantanove, la cerimonia nuziale si svolse senza tanti schiamazzi o risate, nella discrezione e nel riserbo più completo. Solo Angelica rideva per essere riuscita a far sposare la figlia. Il ghigno diabolico e spaventoso che aveva sul viso, disegnava una maschera dell’orrore. Questa macabra espressione era dovuta alla vecchia paresi e faceva impressione solo a guardarla. Per questo Ninuccia si scherniva ancora di più, ripetendosi che presto sarebbe arrivato un giorno nel quale anche lei e Rosina avrebbero riso con soddisfazione. Ninuccia era seria e composta, anche se molto dolce nel suo abito corto sino al ginocchio. Era una abito color ecrù, di pizzo macramè con le maniche lunghe ed il mezzo velo, che Rosina le aveva adagiato sulla sommità del capo, le permetteva di lasciare i suoi capelli biondi finalmente liberi sulla schiena. Il suo viso anche se di una dolcezza soave, aveva le mandibole serrate: sembravano scolpite come una roccia di montagna. Nulla sarebbe dovuto trasparire agli occhi degli invitati, solo Rosina era a conoscenza dei fatti e come Ninuccia, non sorrideva affatto. Nove mesi esatti dopo, partoriva le sue gemelle tra dolori insopportabili, dal momento che era stata ricucita nella sua intimità da Angelica, come si cuce la spalla di vacchetta, per far credere al futuro marito che era ancora vergine. Dopo ore e ore di travaglio, solo Greta era riuscita ad uscire, annunciando al mondo fin da subito il proprio caratterino. Celeste invece non voleva saperne di uscire allo scoperto così il medico del paese,il dottor Baroni Attilio, decise di praticare a Ninuccia un taglio cesareo d’urgenza. Celeste era in sofferenza fetale per la mancanza totale di liquido amniotico, inoltre aveva quattro giri di cordone ombelicale attorno al collo. L’intervento riuscì e Ninuccia vide per la prima volta le sue bambine: erano belle come bamboline di porcellana, ma anche in quell’occasione, Ninuccia non riuscì né a ridere di gioia e né a piangere di commozione. Si limitò a dire:”Meno male che sono sane tutte e due!”.Una bionda e l’altra castana di capelli non si potevano di certo confondere. Ninuccia notò che avevano gli occhi azzurri come il suo povero papà.
“Non ti illudere, li cambieranno presto quegli occhi da gatto” le diceva sempre sua madre, sapendo benissimo che Ninuccia adorava gli occhi azzurri ed i capelli biondi, ma Angelica pur di farle rabbia le ripeteva che gli occhi sarebbero diventati scuri .“Hanno gli occhi dei gattini appena nati, non rimarranno così stanne certa, diverranno neri più dei tuoi, mia cara!”“No madre, non li cambieranno, questi sono di un azzurro già ben definito e non sono grigio-verde. Sono azzurri come il cielo d’ estate pieno di stelle cadenti, ci potrei scommettere quello che vuoi: non cambieranno colore.” Due anni e mezzo più tardi, denunciò il marito per le percosse che riceveva ed i continui tradimenti che subiva, quando ubriaco fradicio andava a letto con ogni essere umano femminile del Paese. In questo sua madre purtroppo aveva ragione: uomo uguale a traditore, ma per Angelica e per i disegni nefasti che aveva, questa situazione giocava a favore di sua figlia. Un giorno d’autunno nel quale Ninuccia non ne poteva proprio più, con una lunga veletta nera che le nascondeva i suoi splendidi capelli in segno di lutto, due grossi lividi in viso che aveva accentuato con il colore per le scarpe, andò al Commissariato di Castrolibero. Cercò subito il Comandante suo grande amico d’infanzia, nonché suo primo amore. Si fece annunciare dall’attendente di turno e sedette su una panchina nel corridoio d’attesa. Il Colonnello Cordua Vincenzo, non appena seppe che fuori ad attenderlo c’era Ninuccia Ercolani, la ricevette immediatamente, facendola accomodare nel suo ufficio privato. “Ti ha ridotto proprio male, vero quel fetente? Ma da quanto tempo va avanti questa storia?Presumo da molto, visto che non ti si vede nemmeno più a Messa la domenica! I miei subalterni lo trovano spesso sbronzo in ogni angolo o fossato del paese, se lo devono caricare sulle spalle a peso morto, per portarlo al Commissariato.” “Perché lo portano qua, invece che a casa, oppure da sua madre? Oltre alle sbronze, mi vuoi dire che cos’altro combina quel disgraziato?” Il Colonnello innalzò un sopracciglio in segno di disappunto totale, ma vista la mandibola serrata e lo sguardo severo di Ninuccia, dovette confessarle il motivo. “E’ inutile che io ci giri attorno: lo abbiamo sorpreso diverse volte, a rubare le offerte che tiene in canonica Don Gaudenzio. Inoltre c’è un fatto gravissimo: ha rubato anche un quadro prezioso del quattrocento, quello piccolo appeso sopra all’altare minore di destra, te lo rammenti?” “Il quadro donato dai conti Rizzuto? Quello raffigurante il Bambino? Certo che lo rammento, come potrei dimenticarlo, dato che è uno di quelli che amo maggiormente!E’ proprio quello il quadro rubato?” Chiese inorridita Ninuccia. “Sì signora, proprio quello, ha cercato di venderlo a quel gruppo di trafficanti che abitano nella baracca adiacente il porto. Anzi a tale proposito, ora che ci sono, anche se mi costa molto, ti vorrei confessare che è stato visto alcune volte abbracciato ad un..”.Non riuscì a terminare la frase che Ninuccia gli mise una mano sulla bocca per farlo tacere: lui ne approfittò subito per baciargliela appassionatamente. “Ti prego, non continuare oltre Vincenzo, mi fa orrore sapere che ho generato le mie figlie con quel.. quel.. porco a tutti gli effetti. E bada bene, sto usando un eufemismo, perché mi reputo ancora una donna elegante e non voglio dire in tua presenza ulteriori epiteti! Sai non volevo dare un dispiacere alle bambine, nonostante tutto gli sono affezionate moltissimo, ma non ne posso più di percosse, di umiliazioni, di tradimenti e di essere derubata dei pochi soldi che abbiamo da parte, che lui usa regolarmente per pagare qualche puttana del bordello. Ho saputo anch’io dallo storpio, che l’hanno trovato in un fienile con un ragazzo giovane, in atteggiamento inequivocabile: questo è il culmine, ora basta! Perciò non mi stavi per rivelare nulla di nuovo purtroppo, ora è veramente finita!” “Hai tutta la mia approvazione, ti darò il mio totale appoggio per metterlo al fresco a schiarirsi le idee, cercherò di agevolarti con il giudice per il divorzio e tutto quello che occorrerà per la burocrazia e i vari documenti. Naturalmente su di lui ricadranno diverse colpe, sarà accusato di parecchie cosette, in questo modo dovrà vendere la casa di sua madre, la povera Iones Acerro, nonché tua suocera.”
In quel momento preciso Ninuccia ebbe un flash davanti agli occhi che la stordì: vide Iones regalare il cappone a sua madre per farle un brodo caldo e lei rannicchiata nel suo giaciglio, tremante e sudata, con quaranta di febbre e la broncopolmonite. Il Colonnello, che nel frattempo si era tolto la giacca e si era allentato il nodo della cravatta, si avvicinò a Ninuccia da dietro, le cinse la vita con mani forti e braccia da atleta e si accostò alla sua guancia rosea e morbida, con un alito caldo e profumato all’anice stellato, che lei riconobbe all’istante. Mentre iniziava a darle dei baci, le sussurrò in un orecchio con dolcezza: “Auspicandomi che tu mia adorata, una volta libera, prenda in considerazione la mia seria proposta di matrimonio, che è ancora e sempre valida per te.” Iniziò anche a morsicarla delicatamente sul collo, senza chiederle il permesso, alternava baci a morsi amorosi: vedendo che lei rabbrividiva al solo contatto, lui continuava più sicuro e ardito. Il suo alito si fece sempre più caldo e lei sentiva qualcosa che aveva dimenticato da tempo: sentiva la voglia prepotente di fare l’amore con Vincenzo. Le mise la lingua calda all’interno all’orecchio, lei si ammorbidì e si abbandonò al suo corpo, che era già pronto per entrare dentro di lei. Ninuccia si sentiva al sicuro tra le sue braccia, si sciolse e divenne più morbida. La rabbia di prima aveva lasciato il posto ad un calore che le saliva dalle gambe e le arrivava sino alle tempie pulsanti. Il suo cuore batteva all’impazzata e nella sua intimità si sentiva bagnata e pronta per fare l’amore. Iniziò a ricambiare i suoi baci ardenti e appassionati, dopotutto aveva solo trentuno anni, era di una bellezza prorompente e per lui, devastante. Vincenzo le era sempre piaciuto per la sua mascolinità, era l’uomo che avrebbe voluto sposare. Inoltre erano diversi mesi che non faceva più l’amore con un uomo vero. Il Colonnello aveva chiuso la porta del suo ufficio a chiave, Ninuccia si abbandonò completamente a lui, gli sbottonò la camicia e lo accarezzò ovunque. Ogni volta che le le sue mani lo sfioravano, lui emetteva dei sospiri e gemiti fortissimi, diverse volte le disse”Ti amo da impazzire Ninuccia, ti ho sempre amata, sei la donna della mia vita, amami ancora come sai fare tu, regalami i tuoi orgasmi e mi farai l’uomo più felice della terra”. Ninuccia obbedì, e si mise a cavalcioni sopra di lui per sentire meglio i colpi di passione delicati ma decisi. Dopo pochi minuti durante i quali lui le accarezzava il clitoride mentre la penetrava, lei inerme come una bambola di pezza, si sentì venire ed il primo orgasmo che ebbe fu maestoso! L’urlo che uscì dalla gola di Ninuccia, fu talmente forte da far spaventare un subalterno del Colonnello che era sempre di guardia davanti all’ufficio. Egli bussò forte, chiedendo al Colonnello, se fosse capitata una cosa grave o se si fosse sentito male. Vincenzo Cordua, rispose che era la radio che trasmetteva un film di guerra e gli disse di non disturbarlo più fino a che era in ufficio per nessun motivo al mondo. Il subalterno ubbidì, anche se la versione del film alla radio non era molto credibile, dal momento che nel corridoio d’aspetto, era appoggiato sulla sedia lo scialle nero di Ninuccia, fatto al tombolo. Era stato ricamato con fili d’argento intrecciati, il risultato lo rendeva diverso da tutti gli altri scialli delle donne del Paese, perciò ben riconoscibile. Il carabiniere scelto Colonna Esmeraldo lo aveva riconosciuto e comprese subito chi urlava nell’ufficio, fece finta di nulla e si accese una sigaretta. Dopo tutto non erano affari suoi, tutti in Paese sapevano che per Ninuccia, il Colonnello avrebbe fatto qualsiasi cosa, qualsiasi cosa lei gli avesse domandato. Ripresero a fare l’amore in modo primordiale, senza curarsi di ciò che potevano pensare o supporre, fuori da quell’ufficio. Senza farsi pregare più di tanto, arrivarono a Ninni altri orgasmi liberatori. Finalmente aveva aperto la gabbia che imprigionava la sua natura più intima e selvaggia, permettendo ai suoi orgasmi violenti di uscire dopo secoli di forzata prigionia. Arrivavano in fila, uno dopo l’altro, come un fiume in piena che non conosce ostacoli: per ogni orgasmo lei chiudeva gli occhi e Vincenzo lo percepiva perfettamente, sentendo le contrazioni della vagina di lei che gli avvolgevano il pene, stringendoglielo in una morsa serrata. Quando aveva raggiunto il culmine della vetta, la sua vagina si rilassava e con essa Ninuccia, poteva riprendere fiato per prepararsi ad una nuova estasi. Il suo viso era in trance, un leggero rigolo di saliva le stava uscendo dalla bocca e gli occhi facevano cadere lacrime calde di piacere. Vincenzo oramai era al limite della sopportazione e temeva di avere il primo e tanto rimandato orgasmo. “Ninuccia ti supplico, lasciami uscire da te, mi fai morire di piacere, non vorrei venire ora. Voglio resistere ancora, desidero ardentemente che tu appagata e felice con me. Ti supplico, non mi toccare e non mi baciare, per qualche minuto o esploderò!” Glielo chiese dolcemente, come se pregasse ed uscì dalla sua vagina a malincuore. Continuò però a procurarle altri tipi di orgasmo, a baciarla con la lingua ovunque, la fece mettere carponi per terra e le leccò anche il suo buchino rosa, alternava le dita che inseriva facilmente alla lingua e lei godeva come mai aveva goduto in vita sua. E di questo suo abbandono totale Ninuccia non se ne vergognava, con Vincenzo era semplice e naturale fare tutte quelle cose che al marito non aveva mai permesso fare. La conosceva così bene dal punto di vista intimo da ricordare che a Ninuccia piaceva ricevere anche delle piccole e dolci sculacciate sulle natiche, mentre lui aveva le dita dentro il suo ano. Le procurò altri orgasmi, tutti intensi e diversi tra loro. Una specie di liquido seminale usciva dalla sua vagina e lui baciò e leccò anche quello. Apparteneva a Ninuccia perciò lo amava, così come amava tutto quanto di lei. Per la felicità che provava era completamente uscito di senno e non sapeva più come gestire la situazione. Ninuccia era così stordita che non capiva più quale parte delle sue intimità stava godendo, non distingueva se erano i capezzoli, se era il clitoride, se godeva nell’ano o se era la vagina. Tutti i suoi punti intimi e segreti godevano ed erano felici, stava provando un godimento ed un piacere a lei completamente sconosciuto. Questa era una rivincita sulla vita, ed una dimostrazione a sé stessa e a Cordua che il tempo e le sevizie subite, non l’avevano cambiata né incattivita. Era ancora quella ragazza nata per amare e per farsi amare dal proprio uomo, senza limiti o confini, purché tutti e due lo volessero. Il Colonnello lo sapeva da sempre con certezza, lo avvertiva in ogni movenza o gemito di lei, per questo era tranquillo che lei non si stava approfittando di lui, usando il proprio magnifico corpo. Si prese il tempo di calmarsi e di far scendere anche se di poco la propria evidente erezione, ma fu questione di pochissimi minuti e rientrò prepotentemente dentro di lei. Andarono avanti così per un tempo non quantificabile: quando il Colonnello capiva che era vicino ad eiaculare, usciva da lei e si concentrava per comandare la situazione. Lei non lesinava baci al suo membro possente, se lo trastullava a suo piacere come fosse un giocattolo. Lo appoggiava sulla pancia, in mezzo ai seni, leccandolo con forza, lo metteva in viso, nella schiena e ovunque lei avesse un centimetro di pelle. Si appartenevano, erano stregati e pervasi da un fuoco e da una droga di sesso e di piacere che difficilmente avrebbero spento. Lei non voleva smettere di baciarlo e di accarezzarlo, sino a che lui non disse che era pronto. per esplodere. Stremato, ansimante, sudato fradicio con il cuore che gli usciva dal petto, Vincenzo Cordua venne. Il suo urlo fece tremare le deboli pareti dell’ufficio, la sua furia era pari a quella di un vulcano in eruzione. L’orologio dei loro cuori smise di battere , erano nati in quell’istante preciso ed era come se fossero nati per la seconda volta. In quel momento preciso lo sperma abbondante e denso bagnò Ninuccia ovunque. Anche i capelli, madidi di sudore ed in disordine, erano cosparsi del seme forte e potente di Vincenzo Cordua. Ninuccia sapeva come amare, amava l’amore ed il sesso che ne derivava. Era spontanea, sincera, non costruita, i suoni primordiali, le urla, le lacrime, i gemiti e le sensazioni che sapeva donare all’altro, non erano nozioni imparate sui libri di scuola. Ad amare non si impara dai libri come scriveva lei. Si nasce con l’amore dentro, ce l’hai nelle vene ed è mescolato al tuo sangue, devi esserne intriso e straripante d’amore, se vuoi donarlo all’altro. “Non si va a scuola di sesso, a meno che tu non sia una puttana e lo faccia secondo un codice ben preciso di comportamento. Se ami veramente e trovi la persona che ti fa avviare i motori, sei tu l’amore vero ed il centro della vita del tuo uomo”. Questi erano i suoi pensieri, queste erano le sensazioni che sperimentava sulla sua pelle e per niente al mondo li avrebbe cambiati. “Null’altro conta” diceva, “Ma non devi fingere mai, saresti una misera donnina!” Una di quelle che Ninuccia odiava, quelle pagate per fingere l’orgasmo, addestrate per miagolare come gatte in calore. Ninuccia aveva dentro di sé questo dono della natura. Era ella stessa un dono della vita, era nata per amare e per rendere felice il proprio compagno nonostante le violenze fisiche e psicologiche che aveva dovuto subire da bambina, era rimasta un’anima pura. Vincenzo questo lo aveva capito fin da ragazzino quando verso sera, correvano entrambi per arrivare nel bosco dei ciliegi di Don Gaudenzio. Vincenzo e Ninuccia, trascorrevano sotto al grande ciliegio le ore libere dalla Fabbrica delle Scarpe, si strappavano i vestiti di dosso ed in un battibaleno, erano nudi e baciati dal sole di Castrolibero. Giovani e felici erano avvinghiati come due edere, imparando insieme, giorno dopo giorno, tramonto dopo tramonto i primi giochi sessuali. Per ogni gioco nuovo che sperimentavano, lei rideva come una selvaggia, usando un istinto primordiale che a volte faceva paura anche a lei. Quel ragazzo tanto ardito quanto attratto e stregato da Ninuccia, era come lei, ai primi tentativi di sesso. Inesperto com’era, non riusciva quasi mai a portare a termine un amplesso: il suo orgasmo esplodeva intenso dopo pochi minuti di carezze e baci intimi, ma era contento e soddisfatto ugualmente. Era Ninuccia che lo faceva venire e lui faceva venire lei, in che modo e dopo quanto tempo, ad entrambi non importava: erano grati alla vita e al destino che li aveva fatti incontrare. Ora in quell’ufficio lei doveva liberarsi, di tutto quel piacere represso che aveva nel corpo e nell’anima, non ne poteva più di aspettare alla finestra, sola e piangente sino a notte fonda uno sciagurato come suo marito, che non appena metteva piede in casa la picchiava. Questo pensiero reale, la induceva a non avere remore o sensi di colpa per tradire quello che era diventato suo marito per volere di sua madre.
Ora stava facendo l’amore con il Colonnello Cordua Vincenzo: sulla scrivania del suo ufficio, in terra come una gatta randagia, in piedi attaccata all’armadio dei documenti, sul lavandino del bagno adiacente l’ufficio, davanti allo specchio, mentre guardava il pene di lui entrare ed uscire ritmicamente nella sua vagina, con il clitoride che le si era gonfiato a dismisura. Era attonita per le dimensioni del pene di Vincenzo, adorava quelle parti intime di lui, così imponenti ed altere. Non si ricordava più nulla, di come era fatto sotto a quella divisa da ufficiale, così come non ricordava l’angioma beige che aveva nella parte bassa della schiena. Era una macchia grande come una ciliegia, che disegnava una specie di nuvola ed ogni volta che la guardava, la paragonava ad un altro angioma, che ben ricordava.
Vincenzo le piaceva molto fisicamente, forse non ne era innamorata nel senso più classico e tenero della parola, forse era passione sfrenata e ardita, della quale in questo momento lei aveva un dannato bisogno. Il resto non le importava e l’amore dei sedici anni, quello puro e angelico, non sarebbe mai più tornato per lei; dopo quello che aveva dovuto subire aveva deciso che non si sarebbe mai innamorata di un uomo, ora si stava semplicemente prendendo ciò che le occorreva per tirare avanti. Lo volle sentire dentro di sé anche mentre era attaccata all’appendiabiti, pretese da Vincenzo di essere amata in tutte le posizioni e in tutti gli angoli di quella stanza di venticinque metri quadrati. Si donava a lui senza false riserve, senza pudori o inutili vergogne, ricevendo da lui, ancora più di quanto lei gli stava regalando. Tutto in quei muri scrostati, una volta che lei fosse uscita, doveva avere il suo sapore ed il suo odore, tutto doveva parlare di lei, in modo che Vincenzo non la dimenticasse mai. Ma su questo poteva stare certa, Vincenzo non l’avrebbe mai e poi mai dimenticata. La mattinata trascorsa ad amarsi appassionatamente, avrebbe lasciato un segno indelebile in tutti e due, forse era stato il lasciapassare per liberarsi in modo definitivo di Achille Fornasetti e.. chissà! Forse sarebbe riuscita ancora ad amare Vincenzo, magari si sarebbero sposati, anche se il viaggio in programma l’avrebbe portata molto molto, lontana da lui. Trascorsero parecchi giorni da quella mattina di fuoco, Fornasetti fu arrestato e passò in carcere quasi dodici mesi, con parecchi capi d’imputazione. Primo tra tutti quello di furto e tentata vendita d’opera d’arte, poi accusa di loschi traffici con delinquenti. Cordua molto felice di poterlo fare, lo accusò anche di ubriachezza molesta con percosse ai danni della moglie, furto di denaro alla Parrocchia, tradimento e altre piccole cosette che Vincenzo aveva voluto aggiungere al curriculum del Furbo. Con evidente soddisfazione e una punta d’orgoglio, lo mise in gattabuia personalmente dandogli anche un paio di sonori ceffoni senza essere visto dalle guardie. Dopo aver chiuso la cella con i dovuti catenacci, si fumò in tutta pace un sigaro, con occhi sornioni e un grande sorriso sulle labbra, per essersi tolto dai piedi un ostacolo alla passione tra lui e la donna che aveva sempre amato. Ninuccia, Rosina, Greta e Celeste finalmente poterono andarsene al Nord, con la maledizione di Angelica che per la rabbia ebbe un altro gravissimo ictus, ancora più paralizzante del precedente. Ma nemmeno questa volta chiuse gli occhi per sempre e non volò in cielo, in compagnia del povero Biagio Ercolani, manipolato da lei come un burattino con i fili rotti.
Questo ulteriore incidente di percorso, come lo chiamava Ninuccia, non le impedì di andarsene in Emilia Romagna, più precisamente a Bologna dove aveva la Casa Editrice principale, il Commendatore Sangalli Pietro. Il cervello di Ninuccia era una calcolatrice perfetta con le pile nuove: d’ora in poi bando ai sentimentalismi e stop alle lacrime, ma obiettivi chiari e precisi da raggiungere. In questo Ninuccia non era seconda a nessuno. Con la determinazione e la tenacia che aveva, sarebbe arrivata in cima alla vetta più ambita.
La squadra femminile di Castrolibero formata da Ercolani Ninuccia, Giudici Rosina, Fornasetti Greta e Celeste, partì per Bologna accompagnata dal fedele e devoto Tirotta Mafaldo.

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