Il mercato di Traversetolo.

Il sabato sera faceva il bagno nel portico coperto, adiacente la stalla. S’immergeva in una grande tinozza d’alluminio sbeccata, mentre lui si spogliava degli abiti sudici da contadino,sua moglie la riempiva con secchi colmi d’acqua scaldata sul fuoco. Mi mandava via, per pudore e per rigore tipico di quegli anni, per suo carattere duro, nonchè ferrea educazione impartita alle figlia. Quell’uomo poteva avere tutti i difetti del sacro mondo ma non racchidueva in sè il seme della pedofilia o dell’incesto. In questo fu un padre esemplare: duro e rozzo, ma sano di mente. Chiudeva addirittura la vecchia porta verde con il chiavistello, per fare in modo che le figlie non lo vedessero nudo, nella sua intimità più privata e con le sue debolezze di uomo. Solo la moglie accettava, “per lavargli bene la schiena” diceva, e perché le sue mani e le sue braccia, devastate da artriti ed artrosi non arrivavano di certo a lavarsi le parti dietro il suo esile torace, segnato da profonde e lunghe cicatrici. Parevano autostrade, era un uomo con molte cicatrici e nel corpo e nell’anima. Quie sei anni di guerra l oavevano cambiato per sempre. Era un omino piccolo, sottile, magrissimo ma con una tempra di cemento armato.  Che poi lui chiamasse la moglie per altri servigi oltre che per lavargli la schiena, io questo non l’ho mai saputo e sinceramente a questo punto della vita non mi interessa più. Non si dava il deodorante o qualcosa di similare che apparteneva alla toilette della moglie, come ad esempio un goccio di Violetta di Parma, quando invece ne avrebbe avuto bisogno. “Roba per finocchi” diceva, “lui che aveva fatto sei anni di guerra ed era stato fatto prigioniero dagli Americani.”Però mi mandarono alla mensa degli ufficiali come cameriere, mi hanno pagato sino all’ultimo giorno di lavoro, non mi hanno mai toccato nemmeno con un dito! Quelli sì che erano uomini veri”! Questa eè stata la sua nenia con figlie e moglie per tutta la sua vita, potrei raccontarla in un futuro libro, oramai la sappiamo tutti a memoria: I suoi ufficiali raccomandavano di continuo ai soldati semplici di non avere rapporti sessuali con “i finocchi”come li chiamavano loro in un americano/italianizzato come solo gli italo americani sanno pronunciare.  Con i gay di oggi insomma, ninete di nuovo sotto al sole: gay e lesbiche c’erano anche in quegli anni, ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Si sono però aggiunti generi misti che per ora non tratto e nemmeno condivido. I soldati molto giovani, perennemente eccitati ed in erezione, non avrebbero avuto l’accortezza o il tempo d’infilarsi un preservativo: volevano avere il rapporto sessuale in modo veloce senza badare alle conseguenze. Gli ufficiali ed i medici glielo predicavano in continuazione, quando vi erano le libere uscite. L’uomo che faceva il bagno diceva che quelli effemminati si riconoscevano bene perché usavano il deodorante, molto profumo e si lasciavano i capelli un poco lunghi sulla nuca. Così diceva lui, quindi si lavava per modo di dire nella stessa tinozza e si risciacquava nella medesima. Non si potevano certo usare due tinozze, sai che spreco di acqua calda! Poi dopo l’asciugatura con teli di cotone rigido bianco, si andava a scaldare vicino alla stufa o al caminetto!Non voglio rimanere umido, poi i miei reumatismi chi li doma più?” Infine vi era i lrito della barba: la barba fatta con una lametta già usata varie volte.. Niente rasoio era da finocchi anche quello! Il giorno dopo, si alzava di buon ora, felice e contento, la moglie mungeva le mucche e lui, dopo aver fatto la solita colazione nella sua scodella con caffè e latte delle sue mucche, pane, una mela e due fette del buon crudo del suo vecchio Langhirano, andava nella fredda camera per vestirsi. Camicia azzurra, pantaloni grigio blu scuro, cintura nera logora, le scarpe allacciate (gli ho visto sempre e solo quel paio, le scarpe della domenica) ed il cappello in testa. A volte andavo con lui su ordine della mamma per tenergli compagnia, raramente veniva anche la mamma. Salivamo sulla scoppiettante e dondolante Simca 1000 con gli interni marroncini e ci dirigevamo al famoso, ancor oggi, mercato di Traversetolo.
Arrivati in loco vi era subito il problema del parcheggio, perché il mercato attraeva centinaia e centinaia di visitatori dalle zone limitrofe del Parmense. E a onor del vero anche del Reggiano e delle montagne. Era un appuntamento domenicale imperdibile per una certa categoria di persone. In questo modo i contadini di un tempo, potevano mostrare a parenti ed amici che possedevano l’auto. Papà la parcheggiava sempre di fronte ad una macelleria equina chiedendo al proprietario suo amico, se poteva lasciarla, con l’impegno di acquistare due svizzere ed un filetto per me, al ritorno dal giro.Il mercato era tutto un pullulare di persone, uno sciame umano di colori ed odori, un arcobaleno di sfumature di persone quasi tutte con la pronuncia Parmense, inframmezzata da qualche bestemmia o imprecatura contro il raccolto dell’estate, che insomma, sì.. beh.. no nera stato poi così proficuo! Risate, sputi per terra, bambini che tentavano di prendere un palloncino, mamme con i passeggini del tempo che fu, gli strilloni che vendevano pesce o martelli con scalpelli, i venditori di baccalà affumicato, chi vendeva i dolci croccanti ed i lecca lecca…Passeggiavano anche donne vestite in modo appariscente alle 08.30 del mattino, offrivano la loro merce naturale: erano loro stesse in mostra con seni alti e sodi e sedere fasciato in una gonna a tubo. Qualche contadino, lo si vedeva uscire da una porticina che dava sul retro di un piccolo bar, mentre si tirava su la cerniera dei pantaloni e tutto soddisfatto per essersi liberato da quell’orgasmo che forse la moglie gli negava, sorridente se ne tornava nel gruppo degli amici ai quali offriva un caffè. Dopo una bella scopata con una di quelle ragazze era costume offrire un buon caffè e mangiarsi in santa pace un cannellino alla crema! Io  Fabiana piccolina avevo paura di perdermi e tenevo stretta la ruvida e nodosa mano di papà, oppure lo tenevo per le braghe. Se mi fossi persa in mezzo a quel circo di sicuro mi avrebbero schiacciata ed io sarei morta all’istante. Il mercato era frequentato per lo più da contadini e mezzadri, coltivatori diretti come mio padre era e ci teneva molto a rimarcarlo, da grandi e piccoli proprietari terrieri, di Parma, Langhirano, San Vitale, Torrechiara, Basilicagoiano, Basilicanova, Collecchio, Case Schianchi (i miei cugini e zii, fratelli del papà ndr), Corniglio, Lesignano de Bagni, Rivalta  ( ci sono due Rivalte, una Reggiana ed una Parmense…e forse una terza Paicentina??)  ma era anche frequentato da qualche contadino Reggiano visto ed accolto così bene, come ricevere un pugno in un occhio. Papà era di Langhirano ma nel 1948 si era trasferito nel Reggiano, però dentro al cuore rimase per sempre parmigiano o parmense, diciamo come vogliamo. Per Rivalta, dove abitava egl era ed è rimasto sino alla fine “Al pramzan”, tradotto “Il parmigiano”. Raramente lo chiamavano Schianchi, oppure mai con il suo nome di battesimo. Quando papà si appostava davanti al bar più centrale di Traversetolo, aspettava i colleghi contadini e si iniziavano le trattative delle compravendite. Tutti gli affari, quelli che andavano a buon fine venivano stipulati e siglati con il classico sputo di saliva sulla mano che poi si dava alla controparte. Non era infrequente che l osputo fosse purtroppo accompagnato anche da unìimprecazione come rafforzativo dell’impegno solenne. Era un rogito, un patto di mafia, un accordo col demonio e mai nessuno dopo quello sputo a terra e sulla nodosa e maleodorante mano che sapeva di sterco di mucca o di maiale, si sarebbe permesso di non mantenere l’accordo. Sarebbe stato un infame, un traditore, un falso e una persona da evitare come un appestato. Si sarebbe diffusa la voce per tutta Parma e dintorni, ed in questo modo il “fetuso pramzan” non sarebbe più riuscito a vendere nemmeno una mela o una gallina! Non conveniva a nessuno di loro tradire il patto con lo sputo, lo sapevano e queste erano le loro regole. Io man mano che il campanile suonava la mezz’ora e le ore, mi stancavo all’inverosimile: avevo sete, fame, avevo la pipì e volevo almeno un gelato. Ma gli davo fastidio per Dio! Gli tiravo un braccio, le braghe, lo chiamavo sfinita, ma lui mi scostava e mi diceva che ne aveva ancora per un minuto, che divenivano dieci e poi un’ora e poi tre. Ed eravamo sempre in piedi, stretti tra la folla, con quell’odore indimenticabile ed inconfondibile di sudore e di stalla, un odore che mi è rimasto nelle narici per decenni e del quale avevo paura anch’io di essere impregnata. Ed obbligavo mia madre a farmi fare “il bagno” più volte in una settimana e non solo al sabato, usavo il sauo profumo e una quantità spropositata di borotalco: me l odavo anche i ltesta, ma non volevo trasmettere odore di stalla. Mi vergognavo profondamente del mestiere dei mie genitori. Già! Mi vergognavo fortemente di essere figlia di contadini, poi con il passare degli anni e la maturità mista ad una strana saggezza, mi hanno aperto gli occhi e fatto comprendere che ero una privilegiata. L’aria buona che potevo respirare nel mio podere di campagna, le corse nella terra tanto amata e tanto curata dai miei cari genitori, il profumo ed il ghiotto sapore degli alimenti sani che ho mangiato da piccola, il latte che ho bevuto dalle nostre simpatiche mucche, le verdure del nostro orto curato come fosse un amante da  Mamma Bianca, la frutta dei nostri frutteti..Erano tutti doni di Dio agli occhi degli altri, sapori genuini unici ed indimenticabili che davo allora per scontati, ma che oggi ricerco con tenacia e non ritrovo più! Le carni di coniglio, gallina, tacchino, faraona, pollo, maiale, mucca erano cresciute da mamma e papà. Poi li uccidevano e macellavano mucche e maiali preparando alle prime nevi, quegli  insaccati deliziosi, con l’aiuto del norcino. Faccio però un appunto a papà Antonio ora che manca da otto anni: non eri capace di fare del buon vino, non sei mai riuscito a togliere al tuo vino il sapore di tino! Cercavi con mamma di aggiustarlo, ma aveva sempre quel retrogusto del legno dei tuoi tini, che schifo per me! Ero molto schizzinosa anche allora e non lo bevevo: preferivo quello delle Cantine Riunite bevuto magari da qualche amica a pranzo,  ma guai a me se te lo avessi detto! Eppure riuscivi a venderlo ugualmente, forse andava bene così ed ai contadini quelli veri e forzuti, quelli dello sputo che andavano a puttane la domenica mattina, loro sì che volevano bere il vino fatto in casa e senza l’aggiunta di polverine chimiche per renderlo migliore.

La domenica mattina era la sua mattina di libertà, i suoi momenti migliori, quelli nei quali lo vedevo anche ridere e scherzare con gli amici. Erano rari momenti nei quali riusciva a rivedere i fratelli che da Case Schianchi scendevano a Traversetolo, per l’immancabile ritrovo domenicale. Quanti patti ed affari durante quelle domeniche! Si vendevano mucche e maiali, si stabilivano i prezzi dell’uva bianca e nera, del moscato, dell’uva fragolina, si raggiungevano all’unanimità i prezzi del vino, a quanto mettere l’erba medica al quintale fresca e gustosa per le manze. Senza agende, senza cellulari o fogli di carta, si prendevano gli appuntamenti per le settimane entranti per venire a ritirare le damigiane di vino, o portare sacchi di frumento ed orzo. Io non potevo naturalmente allontanarmi per curiosare tra gli innumerevoli banchi, lo feci in età un poco più adulta per ammirare le stoffe, le borsette, le scarpe, la biancheria intima ,i primi reggiseni, i pigiami, le calde coperte e non tiravo più le braghe al papà. Occorreva ed occorre tutt’oggi, stare attenti alle gomitate nello stomaco e le pestate di piedi!Il mercato domenicale di Traversetolo rimane ancor’oggi il mercato ambulante più frequentato delle zone del Parmigiano/Reggiano. Oggigiorno a richiamare visitatori e clienti abituali contribuiscono tutti i negozi che rimangono aperti sino alle tredici. Io non vado quasi più, anche se per alcuni negozi faccio ancora riferimento a loro, ho ancora il mio bar preferito, il mio vecchio ma rinnovato negozio di scarpe, ed esiste ancora il ferramenta dove papà si riforniva. Naturalmente gestito dai nipoti! Ora papà non mi accompagna più con la nostra Simca 1000 GLS (gran Lusso sfrenato, mi illudevo io…..)e mamma sta finendo il suo viaggio terreno. A chi potrei chiedere oggi di pagarmi un gelato o comprarmi una bambola da mettere sul letto nei giorni di festa?Lastrada per Vettoetagliatelleflambè 033

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