È venerdì: astenersi dagli acquisti!

Deruta, Bassano, Capodimonte, Limoges. Proposta x bagno in marmo di Carrara.

vassoio deco’ con Pinocchio che suona il mandolino seduto su staccionata.il disegno e’ inciso su vetro. Pezzo mai visto molto raro ed insolito!
Vassoio fiorentino anni 1965, in legno con logo del Giglio di Firenze nella zona sottostante.

Foglio di rivista specializzata in abito. È francese del 1884.

Bottiglia da notte con bicchiere da mettere sul comodino. Da non confondersi con il pitale che va sotto al comodino!

Ascoltami.

Non rinnegare ciò che è stato, non far finta di nulla. Non ti chiudere in te stesso mentre chiami aiuto forte anche se gli altri non ti sentono. Non ti nascondere, non devi vergognarti di nulla. Ascolta anche la mia voce e ke mie suppliche, non snobbare le mie preghiere. Se non sortiranno effetto almeno male non faranno. Credi in me ed in te stesso, prendi la vita per le corna e provaci. Non ti chiedo altro, solo di provarci. E di crederci. 

Mettiti la canottiera.

Chiamata anche maglietta della salute, o salva influenza è un indumento che sentiamo spesso nominare da genitori e nonni. È da quando sono piccina che mia mamma, appena fatto il bagno me la infilava con forza e vigore, assicurandosi che rimanesse ben attaccata alla mia pelle. Si pensava e lo si pensa ancor oggi, che la canottiera, di lana o cotone,  a seconda della stagione, possa evitare un malanno. Quelle di un tempo erano di lana color bianco giallino, prudevano a contatto con la pelle e se si sbagliava il lavaggio poi andavano bene solo alle bambole! C’erano con le spalline sottili, il modello da muratore in cassa integrazione. Poi quelle a spalline più larghe per uomini corpulenti, ed infine quelle a mezza manica che in realtà la manica arrivava sino al gomito! Mia mamma naturalmente me le infilava tutte e tre temendo per la mia salute, facendomi sudare invece  più non posso! Un po’ come coprire i bambini ammalati con strati su strati di panni di lana, quando con la febbre devono stare il più scoperti possibile. Era un tormento e mi risuona ancora nelle orecchie la frase fatidica”Fabiana ti sei messa la canottiera?”. La faccenda andò avanti x secoli sino a che un bel giorno decisi che non l’avrei più indossata. Freddo, neve, ghiaccio o tempesta ho trascorso decenni senza canottiere, anche se le attuali sono molto carine e pizzose! Non era più di moda indossarla e sotto alle maglie intravedere quei cm di pelle nuda faceva molto trendy!! Oggi con i miei disturbi di schiena e  cervicale ho dovuto per forza di cose ricominciare ad indossarle. Estate a parte, e x dovere di post vi ricordo che i genitori e nonna Ione le indossavano anche in piena estate. Assorbivano il sudore dicevano, impedendo al loro corpo di ammalarsi. Ma le estati erano furenti e i 40 gradi erano all’ordine del giorno: 40 fuori e 4o sotto fa 80! Come facevano a non svenire secchi questo ancora non lo so! Mio papà che allora andava anche in motorino ed ancor prima aveva un “galletto” metteva anche un quotidiano sul petto,  tra la canottiera e la camicia! Non di sinistra però. ….Mi è rimasto addosso l’incubo e con i miei figli ogni volta che escono faccio loro la fatidica domanda. Le mie di oggigiorno sono comunque uno sfarfallio di colori e di allegria che quasi quasi vien voglia di tenerle anche in estate… 

Cara nonna ti scrivo..

wp-image-1629183445jpg.jpeg(collezione quadri ovali e rotondi ricamati a mezzo punto e a punto piccolo. Antiche le cornici, perfetti i ricami, stupendi e molto ben accostati i colori, in vendita)

Sapeva cucire a macchina, rammendare a mano, sferruzzare con i ferri lunghi, fare l’uncinetto, ma non credo di averla mai vista ricamare a punto piccolo o punto croce. La figlia minore invece,  mia zia Bruna, quando le mani erano in grado di lavorare ha eseguito con ago e filo dei ricami spettacolari, degni di essere pubblicati sulle riviste specializzate. Ad ognuno il suo mestiere, ad ognuna la propria vocazione! Uno dei mestieri che le riuscivano meglio era quello di crescere i bambini, di fare loro compagnia, di educarli con metodi fermi ma molto dolci, di far capire loro che la  vita futura avrebbe avuto risvolti di tanti colori e non sarebbe stata solo rosa o solo nera. A casa nostra in quegli anni settanta/ottanta i miei genitori usavana chiamare a pranzo parenti nelle occasioni speciali, come la sagra del Paese, la Pasqua, la vigilia di Natale o anche banalmente in qualche domenica di festa, che allora era veramente sentita come un giorno particolare. Avevamo sovente nostre ospiti la suocera di mia sorella, con la propria domestica, assunta sin da quando lei era una ragazzina e tenuta con sè sino alla morte della stessa. Ortelia, così si chiamava quel fiammiferino di donna aveva avuto lo stesso destino di mia nonna, o molto simile, anche se la signorina Ortelia non si sposò mai. Tra le due vi era un evidente abisso come presenza non solo fisica ma caratteriale: l’una forte e regale con niente a che vedere con l’essere stata tutta una vita domestica e badante si direbbe oggigiorno. L’altra, timidissima, senza vitalità ed iniziative, ubbidiva a tutto quanto la suocera di mia sorella le diceva di fare, con abbandono totale e rassegnazione muta, pareva che da un istante all’altro dovesse cadere per terra svenuta. Durante quei pranzi domenicali, nei quali si apparecchiava con la tovaglia di fiandra e si mettevano i bicchieri di cristallo, mia madre, consuocera voleva fare bella figura davanti alla mamma del genero, e si adoperava sudando le proverbiali sette camicie per essere all’altezza della situazione. Mia madre contadina nerboruta e forte come un quercia non ha mai ereditato la grazia e la nobiltà di Ione, che assomigliava alla consuocera e non certo alla sua domestica. Come dire, la nonna e la mamma di mio cognato le due nobil donne, Ortelia e Bianca le domestiche di casa. Partecipavano a quei lauti pranzi anche altri bambini, in genere i nipoti di mio cognato, alquanto loquaci e rumorosi. Io, eccitata dalla situazione inconsueta davo il massimo parlando a più non posso e insieme facevamo proprio una bella “cagnara”. Pensiamo per un attimo che ai tempi di mio padre Antonio, i bambini mangiavano in cucina da soli, e gli adulti in un altra stanza soggiorno per discutere di affari da grandi e non essere disturbati dai piccoli. Ai tempi di quei pranzi invece noi bambini mangiavamo a tavola con i grandi, ma nonna Ione ci incitava dolcemente a sbrigarci per poi accompagnarci nel salotto buono, per far sì che le coppie adulte potessero trascorrere l’ultima parte del pranzo in santa pace. Andavamo di là, sul divano di velluto color celeste carta zucchero, seguiti anche da Ortelia. Ma era mia nonna che guidava la situazione: ci raccontava favole o ci faceva impegnare in qualche piccolo ma accattivante giuoco per farci stare tranquilli senza schiamazzi. Se tentavamo la fuga per la sala da pranzo, con garbo ci fermava, facendoci ritornare dolcemente sul divano mentre lei, incapace di stare ferma continuava a sferruzzare il maglione di turno. Bastava un’occhiata sola, decisa ma mai cattiva, per farci diventare buoni come agnellini, rapiti da quegli occhi che ho in continuazione davanti ai miei. Sapeva catturarci con voce bassa e suadente, noi bambini la riempivamo di domande tentando di metterla in difficoltà, ma lei aveva sempre una semplice ma pronta risposta a tutto. E se non conosceva la risposta, usava dire” chi vivrà vedrà”.wp-image-1611385225jpg.jpeg( il grembiule fatto da mia madre, con pettorina e tasche a cuore, che indossava per servire in tavola nei dì di festa, questo in particolare è degli anni ’50)

La povera Ortelia, donna semplice, umile senza “spina dorsale” diremmo, ma di una bontà infinita, non aveva voce in capitolo in questo tenerci a bada e  lasciava il ruolo di “capitano” a mia nonna. La  guardava spess,o cercando di attingere forza e carattere, ma dato che erano tutte e due più che settantenni i giochi oramai erano fatti. Non sapendo che pesci pigliare, non poteva fare altro che battere le mani e dire “evviva” quando noi indovinavamo le risposte del gioco a indovinelli, che facevamo tra di noi. Dalla sala da pranzo intanto arrivava un aroma di caffè ammaliatore, che Ione avrebbe bevuto, suo malgrado molto più tardi….( continua)

Ma quanto è faticosa..

..nella gioia e nel dolore, in salute ed in malattia ed aggiungo nelle diete da dover osservare! Ebbene dolci amiche e affettuosi amici, anche mio marito si è fatto convincere ad andare dalla dietista per iniziare una dieta seria e calibrata. Causa sovrappeso impotente, colesterolo e zuccheri alti, complice la vacanza in villaggio a Minorca ed il mangiare a buffet si è dovuto decidere. Io vicina a lui e al  suo fianco, per non essere da meno ho ripreso quei 3 chiletti ( durante i tre mesi di vacanza) e si vedono tutti  Perciò ho deciso anch’io di  riprendere In mano il mio piano alimentare e tenendoci per mano, stiamo seguendo le regole impartite per il nostro bene. Parto con il dirvi che la formula Villaggio con pasti  a buffet, è rovinosa per la nostra salute perché ci invita a mangiare di tutto un po’, facendo degli intrugli di cibo pazzeschi! È troppo invitante vedere tutte quelle portate già pronte, tendiamo quindi ad accostare e a mescolare cibi che se mangiati insieme, sono una bomba calorica! La dottoressa dove andai io, dopo aver “visionato” mio marito pesandolo con apposita bilancia computerizzata ne ha stabilito la massa grassa, la massa magra e quella tonica. Ha preteso ovviamente gli esami aggiornati di sangue ed urine e gli ha messo al polso un contapassi. Poi, gli ha fatto tenere un diario giornaliero x una settimana, nel quale annotare scrupolosamente quanto è cosa mangia, orari compresi. Poi, lo ha sottoposto ad un esame per stabilire come funziona il suo metabolismo. Con una maschera tipo Palombaro, a digiuno, ha soffiato dentro al pallone per circa 45 minuti. È stato analizzato in laboratorio l’alito ed hanno desunto come funziona il suo metabolismo. Da lì in poi con tutti i dati raccolti la dottoressa ha stilato il piano alimentare anche per mio marito. Devo dire che lo sta seguendo in modo preciso, non sente fame, non è nervoso come di solito si è all’inizio di una dieta. Ma dietro ai pesi, agli accostamenti dei cibi, agli acquisti mirati dei cibi, alla lettura del piano ( suo e mio ) secondo voi chi c’è?  (Continua)


    Uno spunto da Fede 63.

    In merito all’articolo sul libro da me letto “Il magico potere del riordino”, Fede in suo graditissimo commento mi offre lo spunto per approfondire l’argomento del riordino nelle nostre case. Riporta la frase ...”di oggetti della sua cara mamma che ora non c’è più e non desidera buttare perchè le sono molto cari. Si ricorda benissimo degli oggetti e dei ricordi buttati e dice che oggi sarebbero bellissimi e preziosi. Si chiede inoltre qual’è la cosa giusta da fare...

    Premesso che non sono Marie Kondo, provo a rispondere per come io stessa ho interpretato e capito questo libro, che per me è stato un faro illuminante, uno dei più belli ed interessanti che io abbia mai letto. Cercavo da tanto tempo un modus per mettere in ordine in modo definitivo casa mia, che solo all’apparenza era ordinata. Pulita ed igienizzata sì, ma l’ordine nei cassetti, negli armadi, nelle ante di cucina, nei mobili dei quattro bagni che ho, nella mia stanza dedicata alle vendite, non era un ordine ma un appoggiare le cose senza un metodo vero e proprio. Questo fatto mi ha sempre creato ansia, non mi sono mai sentita a posto con me stessa ed ho sempre rimandato di anno in anno questo fatto preciso. Ho fatto come buona parte delle Dirigenti di Famiglia, il cambio biancheria a seconda delle stagioni, ma mettevo la biancheria un pò come capitava, pur riponendola lavata e stirata. La scrittrice non pone l’accento sul buttare i ricordi affettivi che tra l’altro sono gli ultimi nella sua scaletta a dover EVENTUALMENTE essere buttati, ma insegna il metodo sull’ordine da tenere proprio dentro a cassetti ed armadi. Nell’insegnare come impilare maglie, calze ( che non vanno mai arrotolate come palle da tennis ad es…) scrive una scala per categoria di cose da buttare. Iniziando proprio dalla biancheria e terminando con i ricordi affettivi. In mezzo ci sono tutte le altre categorie merceologiche che una casa può contenere. Libri, dischi, medicine scadute o che non si usano più, bigiotteria, scarpe, cornici, quadri, trousse di trucchi, raccoglitori, elettrodomestici, giocattoli, borse e borsette, costumi e cose per il mare, oggetti per i vari hobby dei componenti. La Kondo suggerisce  le regole per riordinare una categoria alla volta, raccogliendo ad esempio tutte le scarpe che sono sparse per casa. E spiega chiaramente come fare per non ottenere l’effetto boomerang, che non deve mai accadere se si procede come lei insegna. Si rifiuta anche di insegnare agli uomini, tenendo corsi esclusivamente per donne, si reca nelle abitazioni e dà le sue consulenze ma le spiega alla donna, non all’uomo di casa. Una volta che la persona addetta al riordino, di solito la Dirigente Donna,  avrà davanti agli occhi tutti i cosmetici e trousse di trucchi (ad esempio,,,)  tutti schierati sul letto o su un tavolo grande, deciderà quali tenere, quali le suscitano ancora emozioni e se vale la pena tenerli. Butterò con sicurezza invece quelli che non usa più e che non le trasmettono più la voglia di usarli.  Spetterà solo a lei la decisione se buttare o no, ma non dovrà regalarle a nessun componente della famiglia, senò in questo modo ritorneranno in circolo ed il “circolo vizioso” non si interrompe. Tutto questo giro inutile creerà nervosismo, rabbia e il vedere di continuo circolare cose che non volevamo più che però non abbiamo avuto il coraggio di buttare, è un modo rovinoso di vivere serenamente la nostra casa. wp-1465969930145.jpeg

    Per avere una dimora in ordine occorre fare un grosso disordine e possono volerci anche diversi giorni per avere tutto in perfetta sincronia: non si riordina stanza per stanza, ma categoria per categoria. Io lo sto sperimentando con la biancheria di tutta la casa, intanto ho impiegato tre giorni usando circa una decina di ore e ancora non ho finito. Ne ho ricavato già una decina di sacchi da 25 kg. ciascuno e non potevo crederci! Il sollievo ottenuto dopo è una sensazione inspiegabile, non dico che sia come dopo aver raggiunto un orgasmo ma ci si va molto vicini. 20160509_183756.jpg

    Ci si sente svuotati, privi di forze, imperlati di sudore,  si fa uno sforzo enorme considerando che le giornate sono ancora molto calde, ma alla fine la beatitudine raggiunta è infinita. L’arte di vivere zen si basa su un modo di vivere completamente diverso dal nostro, che è fatto di fretta, di caos, di confusione, di pressapochismo e in tantissimi abbiamo la mania ossessivo compulsiva di tenere tutto. Io ero una di quelle! Ora nella mia testa riesco a discernere ciò che mi occorre e che voglio ancora vedermi attorno e ciò che con coraggio sono riuscita a buttare. I Giapponesi hanno una loro mentalità anche nell’arredare una stanza per allontanare le negatività: il letto ad es. va messo in un certo modo rispetto alla finestra ed alla porta, i colori delle pareti devono trasmettere calma e serenità visto che ci si dorme. Io ho solo imparato da mamma e nonna che non si mette mai il letto con i piedi rivolti verso l’uscio, è di cattivo auspicio dato che dalle mie parti si dice che quando  si abbandona una casa uscendo  con i piedi rivolti verso l’uscio si è defunti! Sicuramente avere troppe cose in casa è deletereo per la salute, per l’ordine, per la manutenzione, per la serenità e per la difficoltà nei vari passaggi. Con il passare degli anni, rimpiango di non avere un piccolo appartamento tutto su un piano che mi creerebbe sicuramente molti meno problemi logistici. Veniamo ora al dubbio di Fede, tenendo conto che l’autrice mette per ultimi i ricordi affettivi da selezionare, da tenere o da buttare. In questo tu e solo tu puoi decidere cosa tenere e ti fa stare bene e cosa buttare via per sempre. Se in passato hai buttato o venduto, questo non devo saperlo io, avrai avuto le tue buone ragioni per farlo. Io una settimana fa ho buttato ricordi che credevo buoni, che mi volessero bene, che fossero un toccasana per me, invece ogni volta che li tiravo fuori piangevo come una fontana e stavo male per tutto il giorno. Quindi ho preso la decisione di non vederli mai più e ora sto meglio. Le persone che abbiamo amato sono con noi e nel nostro cuore, non è che buttando via una loro foto o un loro servizio di piatti li amiamo meno. Poi se il servizio di piatti vale un milione di euro e non vogliamo più vederlo perchè ci arreca dolore, possiamo anche prendere la decisione di venderlo. Basta che siamo noi e solo noi a volerlo fare. Spero con questo mio scritto di essere stata un poco più esaustiva, consiglio a tutti di leggere il libro comunque! Buon sabato sera amori miei.20160824_090011-640x384.jpg

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    Coppia di statuine tedesche alte cm 7: sono una bimba che tiene in mano un cestino di fiori vista fronte e retro
    Coppia di statuine tedesche alte cm 7: questa è la bimba che tiene in mano un cestino di fiori vista di fronte

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    Il primo giorno di una nuova era.

    Ho avuto gli incubi due notti fa e anche stanotte non è andata meglio.  Forse gli antibiotici che sto assumendo per il dente mi stanno facendo male e bene al contempo. Lo stato d’animo e’ lo stesso di tanti secoli fa, quando, il giorno dopo avevo un’interrogazione di ragioneria e sapevo perfettamente che non avrei preso la sufficienza! Stessa adrenalina se devo partire per un viaggio e mi viene mal di pancia. Ecco l’altra sera è stata una serata in fermentazione, agitata, c’era “baruffa” nell’aria, come recitava una vecchia pubblicità di un noto deodorante degli anni ottanta. Si preannunciava già da alcune sere, nelle quali abbiamo invitato Alice Aurora, ad andare a letto un pò prima della sera precedente per abituarsi a svegliarsi alle 06.45. Un po’  come il cambio dell’orario: occorrono alcuni giorni per abituarsi! Dovra’ prendere l’autobus quest’anno per andare a Scuola. Già! L’autobus, perchè stamane alle 08.30 Alice Aurora ha iniziato la prima Media. Non vi dico le sensazioni che ci hanno pervaso! Forse i più in ansia eravamo noi genitori! Vederla così grande, alta, con gli occhiali nuovi perché ha una leggera miopia, osservarla mentre con idee chiare decide come vestirsi e non ha bisogno di nessuno…..è uno sconvolgimento generale x tutta la famiglia! Il cellulare d’ordinanza riposto nello zaino, sarà rigorosamente spento durante le lezioni e le occorrerà solo x necessità con noi genitori.

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      Io a undici anni portavo ancora i calzettoni bianchi al ginocchio, avevo qualche pelo nelle gambe e sotto alle ascelle mguai a me se mi fossi attentata a toglierli! Lei si è trasformata in breve tempo in una giovane Donna, autonoma, con le idee chiare su ciò che non vuole o vuole fare.È sempre solare e sorridente com’era da piccina, quando a nove mesi iniziò l’asilo nido. Però se guardo il suo viso oggi vi scorgo anche pensieri e preoccupazioni, domande infinite che a volte non trovano risposte. Ed è allora che mi cerca, che chiede il contatto fisico e mi interroga su questioni di cuore o di vita. Io cerco di darle i miei consigli per come ho vissuto io l’adolescenza, cercando di adattare le risposte al mondo odierno. Devo mediare tra il mio vissuto ed il vivere complicato di oggi: per me non è  semplice. Ieri mattina l’abbiamo accompagnata in auto come ha chiesto: era la prima mattina e anche lei traduca una certa sommessa emozione. Si è  vestita con cura in modo sportivo, si è spazzolata i lunghi capelli biondi, ha indossato il nuovo zaino regalatole dal fratello e siamo partite x la nuova scuola. Una volta arrivati nel parcheggio, previo bacino rubato durante il breve tragitto, centinaia di teste piccole e altrettante centinaia di genitori erano in attesa di essere chiamati per l’entrata ufficiale.Quando è toccato l’appello pet i ragazzi della I F essere chiamati, ho sentito che le gambe tremavamo e che non ce l’avrei fatta a trattenere le lacrime. Lei era molto lontana da me e al sentire il suo cognome e nome, si è fatta largo tra la folla e senza voltarsi indietro è entrata nell’atrio della scuola. Le lacrime continuavano a scendere in me e in molte altre mamme, mio marito cercava invece di trattenerle. Vai Alice sii fiera di te, un nuovo mondo da esplorare ti aspetta.

     

    La soglia del dolore.

    Non che fosse wonder woman, non possedeva poteri magici e non credeva di certo ad incantesimi o fatture. In questo scritto non desidero esaltarne o amplificarne le qualità e le doti naturali che aveva. Mi sento in uno stato d’animo predisposto per raccontare con i miei ricordi di bambina, la donna che era, la persona che io ho conosciuto e come l’ho recepita e sentita “nonna” attraverso gli occhi di una personcina piccola. Mi sono chiesta con sincerità perchè dal giorno dell’anniversario della sua morte (15/08/2016 ndr) ho iniziato a scrivere su di lei e non ho ancora smesso. Forse un modo per ringraziarla dell’affetto che mi ha regalato in quei pochi anni che è rimasta accanto a me? Sicuramente perchè parlare di lei mi fa stare bene, mi regala un senso di pace e di quiete che raramente provo e così facendo mi sembra che lei mi sia accanto, continuando quel filo di affetto infinito che stavamo coltivando e che purtroppo si è prematuramente interrotto. Aveva innumerevoli pregi e virtù, l’ho già scritto diverse volte. Sicuramente avrà avuto anche qualche difetto: è inevitabile e fisiologico. Io non me ne ricordo però, magari sapeva mascherarli bene, ma anche questa tesi ha poco fondamento.  Due caratteristiche ben precise che la contraddistinguevano erano sicuramente la tenacia e la caparbia, quelle sì che me le ricordo bene nella figura di mia nonna! Quel suo volercela fare a tutti i costi sfidando a volte anche il destino e la sorte. Mi sento di affermare che queste doti un pochino me le ha trasmesse tramite mia madre, ancora più cocciuta e testarda di lei. C’è però una grande differenza tra essere tenaci e non vantarsene, portando a compimento l’impegno preso e l’esserlo con supponenza, sbandierando ai quattro venti di avercela fatta con le sole proprie forze. Vantarsi di essere tenace, robusta, forte e caparbia senza tenere conto che nell’ottenimento di un qualsiasi successo, anche la natura, i geni, il dna ed i nostri antenati giocano un ruolo molto importante. Divideva un letto matrimoniale con le tre sorellastre, che cagionevoli di salute, erano spesso malaticcie. Nonna non si ammalava mai, dico mai, nemmeno un raffreddore. Era riuscita a non prendere nemmeno le malattie esantematiche tipiche dei bambini, pur stando a stretto contatto con le sorelle e con il fratello. Non conosceva le influenze, le bronchite o le faringiti. Diventò donna piuttosto tardi, ebbe il suo primo menarca a diciotto anni e anche questo la dice lunga sullo stato di salute. Quando abitava a casa nostra, ebbe una trombosi improvvisa ed irreversibile che le fece perde la vista in un occhio. Non disse nulla sulle prime, come sua consuetudine non voleva arrecare disturbo e nemmeno far preoccupare mia mamma e la nostra famiglia. Ci accorgemmo che c’era qualcosa che non funzionava bene, perchè improvvisamente rammendava male i calzini di mio papà e non riusciva più a cucire a macchina. Muoveva la testa in modo strano e mia mamma che stravedeva per la sua mamma, si era accorta velocemente che era strana. Dopo averle chiesto con preoccupazione cosa c’era che non andava, le rispose che non vedeva bene dall’occhio destro e la vista si era tutta annebbiata. Le facemmo fare immediatamente una visita oculistica che dignosticò la trombosi e la perdita totale della vista. Fummo tutti quanti sbigottiti e molto preoccupati, lei non si lamentava mai, anche se questo incidente le provocava dei forti mal di testa. Riuscendo ad avere una soglia di tollerabilità molto alta del dolore, non credo facesse uso di anti dolorifici che peraltro in casa nostra erano merce rara. Continuò a cucire e a sferruzzare, a far da mangiare e a svolgere tutte le sue attività come prima, senza lamentarsi, dicendo che sono cose che capitano. Punto. Se penso che ogggiorno anche per un semplice male di stomaco o testa, un piccolo capogiro, o altra cosa banale ricorriamo subito a medicinali e non abbiamo il tempo o la pazienza di vedere se il malino passa da solo, mi vien da chiedermi come facevano un tempo. Senza antidolorifici specifici anche solo per un’unghia di un piede e soprattutto senza antibitioci. Vigeva la legge del “taglione”, il più forte viveva, il più debole moriva. Non parlerò in questo capitolo di quando dovette affrontare il tumore allo stomaco, di come reagì e dei comportamenti che assunse:ora non è il momento. Mi collego invece ad un problema che io stessa mi sto portando dietro dai primi giorni di agosto e che non ho ancora risolto: il male ad un dente. Affermo che nella mia vita personale, uno dei dolori più atroci e martellanti che abbia provato diverse volte è proprio il male ai denti e devo dire che ne ho sofferto parecchie volte. Quel male dovuto quasi sempre ad ascessi o a denti del giudizio, che dovrebbero rimanersene ove Cristo vuole, ma non nelle nostre bocche. Quei mali da suicidio che scoppiano soprattutto d’estate con il caldo, possibilmente quando il tuo dentista di fiducia è in ferie. Mi sono affidata ad un altro specialista ed ora sono praticamente in mano, è il caso di dire, a due dentisti. Vedremo un pò come andrà a finire..Ma non è di me che voglio parlare, in chiusura di capitolo mi sovviene molto bene il ricordo di nonna e dei suoi denti. Che fosse povera lo abbiamo già detto, che fosse rimasta vedova all’età di trentadue anni lo dico ora, che avesse avuto cinque gravidanze lo ricordiamo ancora. E con esse e gli allattamenti,  i suoi denti si ammalarono tutti ben presto. Credo di capire dai ricordi storici di mia sorella che soffrisse anche di piorrea, che mescolata alla malnutrizione e alle gravidanze fecero sì che ella dovette prendere una rapida decisione. Ricordo ai gentili lettori che parlo degli anni ’30/40 e che certamente allora non si conocevano le cure per salvarli. Nè tantomeno vi erano le anestesie per curarli. Non potendone più di soffrire per questo male che non le dava tregua, prese la decisione di farseli togliere tutti da un dentista di Parma, che assomigliava più ad un maniscalco che ad un odontoiatra. Si recava a Parma non so se a piedi o con la corriera e ordinava al dentista di estrargliene due o tre alla volta. Egli non era certamente d’accordo sulla procedura da seguire, perchè poteva incorrere in infezioni o altri seri problemi. Lei non cambiò di certo idea e finchè non gliene aveva levati almeno due nella stessa mattina, non si muoveva dal suo studio. Poi se ne ritornava a casa, sputando sangue per tutto il tragitto,  assistita solo da un paio di grandi fazzoletti da naso. Li tolse tutti e trentadue nel giro di pochissimo tempo affermando che da quel momento in poi non le avrebbero più fatto male. Mangiò pane intriso nell’acqua per far guarire le povere gengive doloranti, ed aggiungo che non so come abbia fatto a subire trentadue estrazioni a tre alla volta, senza anestesie, senza antibiotioci, senza antidolorifici. E soprattutto senza lamentarsi mai, non aveva tempo per i lamenti e le lacrime. Doveva crescere quattro figli ( Divina morì dopo pochi giorni dalla nascita ndr..) e doveva farlo da sola.

    Ogni promessa è debito.

    Cari amici affettuosi come ricorderete avevo indetto una sorta di gioco estivo, per l’edizione 2016 degli amici del mio salotto. Quest’anno mi ero riproposta di mandare via poste Italiane un pensiero, a chi si iscriveva per duecentesimo. Il numero due mi affascina e mi intriga molto, è quasi come un numero perfetto, di conseguenza i suoi derivati( 20, 200, 2000, 20000) mi piacciono ancor di più. Ha vinto il gioco e tagliato il nastro ILARIA, del blog

    “Sei zampe ed una coda intrisa di rugiada”

    Pablo Neruda: “È l’antica amicizia, la gioia di essere cane e di essere uomo, tramutata in un solo animale che cammina muovendo sei zampe ed una coda intrisa di rugiada”. Storie di cani e volontari in un canile di provincia.img_20160728_224720.jpg

    Confesso che non è semplice inviare un presente ad una persona che non si conosce per niente! Di lei ho solo poche indicazioni: so che è una giovane donna, ama moltissimo i cani, le piace il disegno, ed il nuoto.Ho provato ad immaginarmi che cosa potesse piacerle, ho pensato a quali gusti può avere una giovane donna oltre a quelli che mi aveva fornito. E così stamane, sono andata alla Posta più vicina a casa mia e ho spedito il mio pacco. Nel farlo sono stata bene, mi sono sentita più vicina fisicamente a uno di voi, pensando che dietro a queste mute parole ci sono persone reali in carne ed ossa. Ognuna con il proprio pensiero ed i propri interessi. Non vedo l’ora che le arrivi il pacco, che lo apra e qualunque cosa ci sia dentro lei possa interpretarlo nella giusta direzione. Grazie a te Ilari,anche se non ho più letto nulla di tuo, ma soprattutto grazie con tutto il mio affetto a coloro che mi leggono da anni. Una dolce cena a tutti voi ed alle vostre famiglie.img_20160709_173703.jpg