La soglia del dolore.

Non che fosse wonder woman, non possedeva poteri magici e non credeva di certo ad incantesimi o fatture. In questo scritto non desidero esaltarne o amplificarne le qualità e le doti naturali che aveva. Mi sento in uno stato d’animo predisposto per raccontare con i miei ricordi di bambina, la donna che era, la persona che io ho conosciuto e come l’ho recepita e sentita “nonna” attraverso gli occhi di una personcina piccola. Mi sono chiesta con sincerità perchè dal giorno dell’anniversario della sua morte (15/08/2016 ndr) ho iniziato a scrivere su di lei e non ho ancora smesso. Forse un modo per ringraziarla dell’affetto che mi ha regalato in quei pochi anni che è rimasta accanto a me? Sicuramente perchè parlare di lei mi fa stare bene, mi regala un senso di pace e di quiete che raramente provo e così facendo mi sembra che lei mi sia accanto, continuando quel filo di affetto infinito che stavamo coltivando e che purtroppo si è prematuramente interrotto. Aveva innumerevoli pregi e virtù, l’ho già scritto diverse volte. Sicuramente avrà avuto anche qualche difetto: è inevitabile e fisiologico. Io non me ne ricordo però, magari sapeva mascherarli bene, ma anche questa tesi ha poco fondamento.  Due caratteristiche ben precise che la contraddistinguevano erano sicuramente la tenacia e la caparbia, quelle sì che me le ricordo bene nella figura di mia nonna! Quel suo volercela fare a tutti i costi sfidando a volte anche il destino e la sorte. Mi sento di affermare che queste doti un pochino me le ha trasmesse tramite mia madre, ancora più cocciuta e testarda di lei. C’è però una grande differenza tra essere tenaci e non vantarsene, portando a compimento l’impegno preso e l’esserlo con supponenza, sbandierando ai quattro venti di avercela fatta con le sole proprie forze. Vantarsi di essere tenace, robusta, forte e caparbia senza tenere conto che nell’ottenimento di un qualsiasi successo, anche la natura, i geni, il dna ed i nostri antenati giocano un ruolo molto importante. Divideva un letto matrimoniale con le tre sorellastre, che cagionevoli di salute, erano spesso malaticcie. Nonna non si ammalava mai, dico mai, nemmeno un raffreddore. Era riuscita a non prendere nemmeno le malattie esantematiche tipiche dei bambini, pur stando a stretto contatto con le sorelle e con il fratello. Non conosceva le influenze, le bronchite o le faringiti. Diventò donna piuttosto tardi, ebbe il suo primo menarca a diciotto anni e anche questo la dice lunga sullo stato di salute. Quando abitava a casa nostra, ebbe una trombosi improvvisa ed irreversibile che le fece perde la vista in un occhio. Non disse nulla sulle prime, come sua consuetudine non voleva arrecare disturbo e nemmeno far preoccupare mia mamma e la nostra famiglia. Ci accorgemmo che c’era qualcosa che non funzionava bene, perchè improvvisamente rammendava male i calzini di mio papà e non riusciva più a cucire a macchina. Muoveva la testa in modo strano e mia mamma che stravedeva per la sua mamma, si era accorta velocemente che era strana. Dopo averle chiesto con preoccupazione cosa c’era che non andava, le rispose che non vedeva bene dall’occhio destro e la vista si era tutta annebbiata. Le facemmo fare immediatamente una visita oculistica che dignosticò la trombosi e la perdita totale della vista. Fummo tutti quanti sbigottiti e molto preoccupati, lei non si lamentava mai, anche se questo incidente le provocava dei forti mal di testa. Riuscendo ad avere una soglia di tollerabilità molto alta del dolore, non credo facesse uso di anti dolorifici che peraltro in casa nostra erano merce rara. Continuò a cucire e a sferruzzare, a far da mangiare e a svolgere tutte le sue attività come prima, senza lamentarsi, dicendo che sono cose che capitano. Punto. Se penso che ogggiorno anche per un semplice male di stomaco o testa, un piccolo capogiro, o altra cosa banale ricorriamo subito a medicinali e non abbiamo il tempo o la pazienza di vedere se il malino passa da solo, mi vien da chiedermi come facevano un tempo. Senza antidolorifici specifici anche solo per un’unghia di un piede e soprattutto senza antibitioci. Vigeva la legge del “taglione”, il più forte viveva, il più debole moriva. Non parlerò in questo capitolo di quando dovette affrontare il tumore allo stomaco, di come reagì e dei comportamenti che assunse:ora non è il momento. Mi collego invece ad un problema che io stessa mi sto portando dietro dai primi giorni di agosto e che non ho ancora risolto: il male ad un dente. Affermo che nella mia vita personale, uno dei dolori più atroci e martellanti che abbia provato diverse volte è proprio il male ai denti e devo dire che ne ho sofferto parecchie volte. Quel male dovuto quasi sempre ad ascessi o a denti del giudizio, che dovrebbero rimanersene ove Cristo vuole, ma non nelle nostre bocche. Quei mali da suicidio che scoppiano soprattutto d’estate con il caldo, possibilmente quando il tuo dentista di fiducia è in ferie. Mi sono affidata ad un altro specialista ed ora sono praticamente in mano, è il caso di dire, a due dentisti. Vedremo un pò come andrà a finire..Ma non è di me che voglio parlare, in chiusura di capitolo mi sovviene molto bene il ricordo di nonna e dei suoi denti. Che fosse povera lo abbiamo già detto, che fosse rimasta vedova all’età di trentadue anni lo dico ora, che avesse avuto cinque gravidanze lo ricordiamo ancora. E con esse e gli allattamenti,  i suoi denti si ammalarono tutti ben presto. Credo di capire dai ricordi storici di mia sorella che soffrisse anche di piorrea, che mescolata alla malnutrizione e alle gravidanze fecero sì che ella dovette prendere una rapida decisione. Ricordo ai gentili lettori che parlo degli anni ’30/40 e che certamente allora non si conocevano le cure per salvarli. Nè tantomeno vi erano le anestesie per curarli. Non potendone più di soffrire per questo male che non le dava tregua, prese la decisione di farseli togliere tutti da un dentista di Parma, che assomigliava più ad un maniscalco che ad un odontoiatra. Si recava a Parma non so se a piedi o con la corriera e ordinava al dentista di estrargliene due o tre alla volta. Egli non era certamente d’accordo sulla procedura da seguire, perchè poteva incorrere in infezioni o altri seri problemi. Lei non cambiò di certo idea e finchè non gliene aveva levati almeno due nella stessa mattina, non si muoveva dal suo studio. Poi se ne ritornava a casa, sputando sangue per tutto il tragitto,  assistita solo da un paio di grandi fazzoletti da naso. Li tolse tutti e trentadue nel giro di pochissimo tempo affermando che da quel momento in poi non le avrebbero più fatto male. Mangiò pane intriso nell’acqua per far guarire le povere gengive doloranti, ed aggiungo che non so come abbia fatto a subire trentadue estrazioni a tre alla volta, senza anestesie, senza antibiotioci, senza antidolorifici. E soprattutto senza lamentarsi mai, non aveva tempo per i lamenti e le lacrime. Doveva crescere quattro figli ( Divina morì dopo pochi giorni dalla nascita ndr..) e doveva farlo da sola.

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12 comments

  1. erano altri tempi ma la forza di nonna Ione è davvero grande.
    Appassionante questo ritratto di una persona che con umiltà ma grande determinazione ha portato avanti il suo cammino.
    O.T. Come è andata oggi? Tuoni e fulmini oppure niente. Alice ha intrapreso un nuovo percorso che la porterà a maturare.

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