Dedicato a chi mi vuole bene davvero!

Volevo dedicarvi un video ma non credo di essere capace di caricarlo! Ci …provo

Errore
Questo video non esiste

Diamoci del tu.

 

Era una regola ferrea e santificata con tutti i crismi, un’usanza reiterata dalla notte dei tempi e portata avanti con fatica ma con fermezza. Non ci si poteva sottrarre e se si provava a sottrarsi erano scapaccioni sonori e punizioni anche corporali. Non si poteva nemmeno domandare il perchè, era così e basta, senza spiegazioni. Sin dai tempi più remoti anche in famiglia tra coniugi si usava dare del “VOI” con soggezione e occhi bassi, senza mai permettersi il “TU” davanti ad estranei. Forse solo nel talamo nuziale poteva scappare qualche espressione formulata con confidenza e con il TU, ma era cosa assai rara. Si doveva sempre dare del “LEI” alle persone che non si conoscevano,al marito in segno di obbedienza e di sottomissione, ma se avveniva il contrario era tollerato. Si dava al Parroco, alle Maestre, al Medico condotto, ai negozianti, ai vicini di casa, al vecchietto che passava per strada e guai a non rivolgersi ad essi con il “LEI misto ad un distacco quasi fisico. Io stessa all’età di sei anni quando inizia la prima elementare ero già istruita dai genitori su come utilizzare il LEI per rivolgermi con sudditanza alla “signora Maestra”. Diveniva molto complicato perche’ in famiglia ci si dava del tu, a parte mio padre che nei confronti di sua suocera (nonna Ione ndr) dava il VOI. A parte mia madre che si rivolgeva anche alle cognate donne con un VOI in dialetto parmense che è tutt’altro che semplice da interpretare e da usare senza sbagliare le coniugazioni dei verbi e i pronomi al posto e al momento giusto. A parte mio padre che dava del VOI ai fratelli più grandi, del LEI al medico, del TU a noi figlie e alla moglie non si capiva bene che cosa desse. Ci si poteva anche permettere il ragionevole dubbio che quel VOI fosse rivolto ad un gruppo di persone e non ad una persona singola. Ad oggi lo risento tuonare nelle orecchie, quel parlare demodè, quel plurale maestatis che non si usa quasi più. Era tutto un VOI di qua e un VOI di là, un LEI continui giorno e notte, e non comprendevo il perchè anche in Confessionale dovevo dare del VOI anche a Gesù. Anche con le vicine di casa mia madre usava il VOI e anche in quell’occasione non comprendevo perchè non il LEI. Diveniva difficile fare l’analisi grammaticale, rischiavo di sbagliare persona con il famigerato “IO TU EGLI ELLA ESSO ESSA NOI VOI ESSI.” Fatto sta che sino a pochissimo tempo fa usavo anche io il più freddo e solenne LEI,con tutti a prescindere. Se conoscevo u nragazzo ad una festina davo subito del LEI, fino a che lui non mi dispensava dal darglielo.  Anche per motivi professionali usavo il LEI a direttore e a colleghi molto più anziani di me. Lo usavo pure ai ragazzini che venivano a versare i loro risparmi sul piccolo librettino al portatore, che il nonno gli aperto a Natale. Loro arrossivano e dicevano che potevo dare loro tranquillamente del TU, ma io conscia del ruolo che rivestivo e delle regole impartitemi, non riuscivo. Ho sempre pensato fosse un segno di riguardo e di educazione forte rivolgersi agli estranei con un LEI, un modo per rispettarli e per conferire loro un senso di priorità nella società. Sbagliavo di grosso. Oggi con la mia trasformazione e maturazione sono portata ad usare sempre di più il TU, senza però mai abusare di questa confidenza e mostrando rispetto per la persona alla quale mi rivolgo, anche se questi non è più giovine. Lo vedo in piscina con le mie colleghe tutte molto più grandi di me, gradiscono molto il discorrere senza il VOI che oramai aborrono e senza il LEI, che le farebbe sentire ancora più anziane di quanto non siano già. Mi sembra di entrare più in empatia con loro, anche se il primo saluto è un cauto “Ciao, Buongiorno Maria”. Poi sto attenta a come reagisce l’interlocutore e se anch’esso risponde con il TU, si prosegue con scioltezza la conversazione.

Certo che in passato ne ho preso di scapaccioni da mia mamma, quando sbagliavo sfidandola apposta  a dire “ciao”, ad una mamma di una mia compagna di classe! Oggi forse lo si usa in malo modo, cercando di sottrarre dignità anche a chi lavora come ad esempio un cameriere, che sovente viene richiamato con uno schiocco di dita accompagnato da un TU volgare. C’è modo e modo di dare del tu, senza mai mancare di rispetto alla persona che lo riceve, riconoscendole il suo ruolo e la sua dignità di essere umano. Contrariamente ad un tempo, dò del lei in modo molto gelido a chi non mi è simpatico a prima vista. E’ una questione di pelle e di sintonia immediata: se voglio mettere un muro tra me e lui/lei, uso senz’altro il LEI e anche se egli insiste e si fa melenso invitandomi a cambiare linguaggio, uso un LEI più forte. Ma sono eccezioni e casi rari, un simpatico e cordiale TU non lo nego più a nessuno, in fondo mi ci trovo meglio anch’io e mi sembra di ritornare signorina! E voi come vi rivolgete a chi non conoscete?

Preparo la camomilla.

Un rito che inizia ai primi giorni di ottobre e termina ad aprile inoltrato. Una coccola per me e per mio marito che ogni sera verso quest’ora ci concediamo. 

Proprio mentre sto scrivendo queste po che ma sentite righe di Buona notte, l’acqua sta per bollire nel bollitore. Io sono già in camicia da notte, la doccia fatta prima di sera ed un plaid di paille mi avvolge sul divano. Stasera scalda l’acqua mio marito, un evento raro perché l’addetta alla preparazione in genere sono io. Stasera sono molto stanca quindi mi sono limitata a mettere la bustina di Melissa per me nella mia tazza e la Ricola già zuccherata per lui. Aggiungo Qualche goccia di limone e voilà! 

Lasciamo qualche minuto in infusione e poi come due bimbi, sorseggiamo la nostra bevanda calda. Sembra banale ma questo gesto, cosi semplice e ripetuto da quando sono piccina mi tranquillizza e mi accompagna alla necessaria serenità notturna. È il mio gesto serale, una complicità con il mio maritone che l’aspetta come l’immancabile bacio prima di dormire. Mi raccomando amici non addormentatevi mai arrabbiati ma datevi sempre un bacio ed in abbraccio vero prima di dormire. Non prima di aver bevuto una sana e calda camomilla.

Non ci entro più.

 

Con l’arrivo dell’Autunno ed il cadere delle foglie che dapprima erano di un verde acceso, ora tendenti ai primi gialli della tavolozza, sono cadute anche tutte le mie voglie dei nuovi social. E’ inutile che io ci provi e che voglia essere “come gli altri”, io sono io con le mie peculiarità e le mie idee. Che nel caso dei social cozzano spesso con tutto ciò che praticamente fanno amiche, amici, parenti, affini, colleghi e figli. Io non ci sto bene con quel finto mondo, con tutte quelle notizie sparate alla velocità della luce, che non si fa nemmeno in tempo ad assaporarne una, che arriva in un nanettosecondo il suo contrario e non sai più cosa leggere. E’ tanto Facebook, è troppo per me, è una taglia extra large che mi cade di dosso! Mi fa quasi paura quel girone dantesco nel quale a godere con orgasmo multiplo, secondo me è solo il suo fondatore! Che deve ridere parecchio sotto le lenzuola alla ser, al solo  pensare a tutti quegli individui che per ritrovarsi una sera a cena o a un dopocena intrigante,  devono usare la sua invenzione e non più un telefono o un invito scritto. Già essere invitati con un sms mi sembra spersonalizzante e quando ho ricevuto un mese fa l’invito ad un funerale tramite sms, mi sono messa a piangere, anche se il parente defunto era comunque di quarto grado! Dentro a quella setta anormale per come sono fatta io, non mi rimane più niente da scoprire tutto è già servito! Ho bisogno di ascoltare voci umane attraverso un sano telegiornale o di annusare l’odore del mio uomo, di toccarlo e di chiedergli un bacio vero non virtuale! Mi godo al mattino il mio bar, l’odore inconfondibile del quotidiano, le chiacchiere con i miei amici vecchietti e non, e mi piace da morire quando mi fanno i complimenti con lo sguardo e con la voce vera! Non mi ci ritrovo per niente in quei mondi fasulli per niente costruttiv veri dove tutti vogliono esserci ed apparire, dove ognuno vuole fare a gara per essere più originale ed interessante dell’altro. Mi spiace ritornare a voi con una critica a chi magari tra i miei iscritti usa i vari Instagram, Facebook, Twitter ed altri nomi improponibili ma per me,  che oramai uso l’on line solo come strumento di lavoro e non come profumo, voglio essere fisicamente accanto a chi conosco. Chiuso Instagram ai primi di Ottobre, ho lasciato in eredità al popolo sovrano parecchi momenti della mia estate montana e marittima e forse ho fatto male! Credo che sia consultabile visivamente ma non commentabile. Ho provato tre giorni fa a re iscrivermi su Facebook per la terza volta e per la terza volta, quando mi chiedono l’amicizia, mi viene una nausea profonda e una voglia di scappare via. Perchè? Credo che sia semplice la risposta: se qualcuno/a desidera essere mio amico basta che me lo chieda a voce o se già mi conosce suona il mio campanello e mi viene a trovare. Non è più semplice così? Postano di tutto, direi che Facebook è la piattaforma del cattivo gusto e dell’imbecillità che  trionfa su tutte le altre forme di imbecillità. Salvo poche notizie, non so cosa di buono si possa attingere o imparare stando lì sopra. La propria vita privata viene  buttata in pasto a persone che nemmeno si conoscono che per ben che vada ti stramaledicono perchè magari hai una bella bocca, un figlio stupendo, sei andato a fare le ferie alle Mauritius e tua moglie mentre partoriva e si vedeva la testolina uscire, cantava l’Inno di Mameli invece di gridare di dolore!  Ma non è possibile ragazzi! Io avevo postato solo esclusivamente alcuni oggetti vintage in vendita credendo e sbagliando ancora che Facebook sia un canale nel quale le persone sfogliano un giornale e trovano anche antichità e oggetti da acquistare. Mi sono resa conto per benino che invece è un canale del niente, del tutto, del cazzeggio e del cattivo gusto! Già con il blog ed i miei impegni professionali aumentati ancora (ma dove andrò a finire, non ho mica più trent’anni?) ci sto molto stretta e per la cronaca sono dieci giorni che non scrivo nulla, ma almeno con questo salotto scriviamo sensazioni e colori che abbiamo dentro. Se ci va bene ci rispondono e commentano, oppure propongono temi diversi dai nostri, senza l’affanno mi pare dell’esserci sempre sopra A TUTTI. Spero che tutti noi blogger per sbaglio non si stia sempre lì, tutto il giorno con il coso in mano per controllare se qualche deficiente ci chiede l’amicizia. E noi poveri mortali non clonati e non facebochizzati, che già lo conosciamo da secoli, ci chiediamo il perchè ci chiede una cosa cos’ ovvia! Stralunati e straniti ci dobbiamo anche porre il problema di rispondergli se accettare oppure rifiutare. Cavoli, ma se rifiuto poi lo vedono tutti? E se accetto lo vedono tutti, e se voglio parlargli in privato perche’ è il mio amante di sempre? Ah beh, allora c’è Messanger che io, ruspante ed Emiliana qual sono lo avevo scambiato per un Corriere dei trasporti! “Ma sei Noi due ci conosciamo già da un bel pò, ci siamo visti anche stamattina, perchè mi chiedi di esserti amica?”20161002_174822-480x800.jpg Direi che in tre gg di tale schifezza ho rifiutato tutte le richieste di amicizia, ne ho accettate solo due dalle mie migliori amiche alle quali però ho specificato che lì sopra, con la spada di Damocle di tutti quei “Mi piace” addosso ci avrei resistito molto poco. Ho anche detto loro in privato, che se vogliamo sentirci o vederci o continuare a colloquiare, i modi umani ce li abbiamo a disposizione. Ma quale sarà la voglia sfrenata che spinge tutti quei milioni di persone ad andare su quella stessa barca?Solo in un caso molto astratto concederei la mia amicizia non solo su Facebook, ad un signore che voi sapete  essermi molto simpatico…davidmonamour

Lui o l’altro?

La decisione di mettere al mondo un figlio all’interno di una coppia stravolge in modo definitivo i ritmi e le abitudini consolidate dei due componenti. Nulla sarà mai più come prima dal momento stesso del concepimento e quello della nascita o della complicata crescita del figlio. Userò la parola figlio al maschile per semplificare lo scritto, ma le mie osservazioni sono rivolte ad entrambi i sessi senza ombra di dubbio. Se prima si era una cosa sola e si faceva tutto senza orari o costrizioni, liberi di farlo e felici di stare insieme, dopo il parto lui viene prima di tutto. Le sue esigenze sono in primo piano e fanno spesso saltare gli equilibri di una sana coppia, creando liti e rancori. Se poi questa ha già dei problemi latenti, con l’arrivo di un pargolo la coppia in genere scoppia. La mamma da chiocchia atavica qual’è,  impegnata nel ruolo di protettrice e nutrice del piccolo, rivolge le sue attenzioni principalmente a lui e non si accorgeche un giorno dopo l’altro trascura il marito sempre di più, anche se non è sua reale intenzione agire in codesto modo. E’ inevitabile che la stanchezza e la depressione post partum ( non ditemi che qualcuna di voi non l’ha avuta nemmeno un pochino…). le notti in bianco ad allattare, le colichette del bebè, fanno sì che la donna da femmina qual’era, si trasformi solo in mamma allontanandosi sempre di più dal maschio, che ora è diventato papà. Ma se il maschio conserva parte della sua identità di uomo predatore e desidera ancora la sua donna dal punto di vista sessuale, la femmina non esiste quasi più trasformata in un ruolo ben preciso che nulla ha a che vedere con una femmina in calore. La coppia dunque si trasforma e perde la sua identità: da uomo e donna senza orari e senza regole, divengono papà e mamma e non sono più quelli di prima. Con le conseguenze spesso negative in  ogni settore che interessa la loro vita a due. Che di colpo si trasforma a tre, a quattro, a cinque ma su invito del nostro Papa dovrebbe fermarsi qui. L’ aspetto che emerge con prepotenza e che ho potuto verificare di persona, è la gelosia del compagno nei confronti del figlio, che vede come un rivale man mano che gli anni crescono e con il susseguirsi delle cure e dell’attaccamento ad esso, che non si smorza anche se questi è cresciuto. Non c’è più bisogno di allattarlo, di tenerlo in spalla, di lavarlo e vestirlo, ma il figlio rappresenta sempre l’amore più grande per una donna da non confondersi con l’amore che essa nutre per il proprio uomo. Invece spesso c’è una soglia sottile nell’amore che una mamma prova per il figlio che senza sfociare in incesto, rappresenta un semtimento pari anche se diverso a quello che prova per il proprio uomo. Ma è difficilissimo amare due uomini contemporaneamente e i ruoli potrebbero confondersi.  E qua sta la grande fregatura ed i fraintendimenti, e le paure nascoste e gli atteggiamenti di rivalità e gelosia. L’uomo è fortemente convinto di avere davanti a sè un rivale in amore, non ricordandosi che anch’egli ha contribuito a mettere al mondo questo/a giovanotto. Tante volte per questioni caratteriali o di altra natura si deve giungere ad una decisione e una madre che sia mamma dentro, si porrà sempre la domanda se scegliere in casi estremi il figlio o il marito. La risposta me l’hanno data le mie amiche, le mie colleghe di lavoro, le mie conoscenti e le mie parenti donne. Non una, in caso di separazione sceglierebbe il marito, non una sola. Il figlio è un pezzo di noi, una costola da noi generata che cammina per conto proprio ma nella quale noi stesse ci identifichiamo, proteggendolo e amandolo anche se ha raggiunto l’età della pensione. Un figlio è per sempre, di uomini e di donne il mondo è pieno mi rispondono tutte quante. Ma allora mi chiedo io una coppia che non ha figli, non ha ragione d’esistere se non è intenzionata a procreare un figlio? E se nel caso di nascita del piccolo e poi nel tempo subentra un divorzio, la donna siamo sicuri che scelga  automaticamente il figlio.? L’istinto materno e di protezione verso la carne della nostra carne è più forte di tutto, anche della coppia che prima andava d’amore e d’accordo e che era una cosa sola, una simbiosi che bastava a se stessa e  non aveva nessun bisogno di mettere al mondo un’altra persona. Di questo gigantgesco cambiamento il nostro uomo se ne accorge benissimo, masticando molto male il cambiamento e tratterà con rigore anche qualora non ve ne fosse bisogno il figlio. Egli starà sempre in guardia osservando e studiando i comportamenti della moglie: anche i più piccoli gesti che possono essere quelli banali di uno sguardo amorevole in più al bambino, il mettergli nel piatto il pezzo migliore della carne, lavargli i capelli anche in età adulta, fargli con pazienza il manicure ed il pedicure. Cose che non ci sogneremmo di fare al nostro uomo, a meno che questi non sia ammalato pertanto bisognoso di cure paramediche, ma che non sono amore passionale o sesso. La donna da sempre fattrice e nutrice degl iesseri umani, dimentica presto il sesso ed i favolosi amplessi del prima, allontanando con fermezza il maschio come se temesse di perdere energie da dedicare al figlio. Mi sembra che ci  sia di che parlare…

Il rito della buonanotte.

Erano indubbiamente bei momenti, attimi rassicuranti. Momenti nei quali si creava un’atmosfera magica che precedeva l’attimo del silenzio e del meritato suo riposo. Ogni sera compiva dei gesti ben precisi, scanditi da calma e dolcezza, come se pregustasse il sonno ristoratore. Dormivo con lei nel grande letto a barchettone, ed ho avuto modo di assistere e partecipare ai rituali ai quali mi ero abituata anche io e che seguivo con grande interesse e stupore. Speravo di attingere anch’io per il mio futuro, qualcosa di buono da  quei gesti cosi cadenzati e sempre identici ogni sera. Mi infondevano tranquillità e mi toglievano le paure del sonno che tuttora mi sono rimaste addosso. Cominciava con lo sfilarsi le spesse calze autoreggenti color carne o color grigio fumo di Londra.  Calze in microfibra si direbbe oggi e le poche cge aveva, erano tutte dello stesso colore. Appoggiava una gamba sulla sedia e srotolava lentamente la calza, poi la metteva piegata in due parti sulla sedia stessa. Poi faceva altrettanto con l’altra calza. Se le chiedevo perché appoggiava la gamba sulla seggiola cigolante, rispondeva che era per il mal di schiena. Analizzando il gesto oggi, direi che la scena era molto sensuale, ma non volgare. Certamente lei non lo faceva di proposito, in fin dei conti nella camera c’era solo una bambina ed era suo nipote. Veniva poi il momento di togliersi gli abiti, che riponeva con estrema cura su un’altra sedia. Io cercavo di imitarla ma non voleva che mettessi i miei vestiti sopra ai suoi, si sarebbero spiegazzati entrambi. Rimaneva in sottoveste, quasi sempre bianco, da sotto l’orlo di pizzo spuntavano un paio di gambe bianche, lisce, prive di vene varicose, senza peli o nei, senza un filo di cellulite che a quell’epoca non esisteva neppure! Le sue gambe toniche con la caviglia sottile erano il preludio ai piedi curati alla perfezione, le unghie in ordine,le dita con una forma affusolata e cosa inconsueta per una donna della sua età, non aveva callosita’ nel tallone. Ricordo bene invece che aveva qualche callo tra un dito e l’altro, che teneva curato con un famoso rimedio dell’epoca. Il callifugo del dottor Ciccarelli. Infine giungeva un momento che sapeva di favola per me: si scioglieva la grossa crocchia di capelli color argento lustrato, sfilando le  forcine di osso una ad una per poi raccoglierle in una scatola di latta che stava dentro al primo cassetto del comò. Ed ecco spuntare una treccia di capelli lunghissima che le arrivava quasi alle natiche : sembrava una Principessa ed io la guardavo senza fiato!  Mi piaceva toccare la treccia ed accostarla al mio visino, volevo sentirne la morbidezza e capire perché i suoi capelli erano così lucenti. Poi avveniva il miracolo della sera: si scioglieva la treccia con le dita delle mani e appariva una coperta di capelli che le facevano da scialle lungo tutta la schiena. Estraeva il suo pettine personale dal cassetto e li pettinava con vigore, raccogliendo quelli che inevitabilmente si staccavano, dentro un sacchetto si plastica trasparente che conservava dentro al comodino. Poi si rifaceva la treccia, lasciandola molto morbida e la fissava con un pezzetto di stoffa altrettanto morbido. Infine andava in bagno per fare le sue ultime abluzioni serali, invitandomi a fare lo stesso. Poi una volta terminati i rituali serali, ci coricavamo nel grande letto. Io andavo vicino a lei cercando che mi parlasse ancora, ma era giunto il momento tanto atteso del silenzio. Al buio girata dall’altra parte, con un gesto intimo denso di pudore, si toglieva la protesi e la metteva nell’apposito contenitore con il disinfettante al mentolo. Cosa ci facesse poi con il sacchetto dei capelli una volta colmo, non l ‘ho mai saputo. (Continua).

Caffè per i 207!

Ogni tanto il signor Word press mi manda buone notizie. Stamane mi ha scritto che ieri il mio ufficio è stato frequentato da 207 persone di sesso femminile, maschile e misto. Io stupita, manderò una mail per capire se il “misto” significa persone non Italiane o persone omosessuali o altro ancora. In entrambi i casi ne sono molto felice, ma mi domando cos’è l’argomento che ha fatto impennare le frequentazioni! Se qualcuno ha un’idea me lo scriva per favore! Intanto come segno di ringraziamento preparo un caffè per tutti e per farlo ho bisogno di molte grandi moke!

Lo zucchero e l’amore per me ce lo mettete voi, non è vero?

Sensualità raffinate pomeridiane per signora desiderosa coccole.

Non solo i nostri portentosi e preziosi uomini ci sono indispensabili per vivere bene! A volte anche toglierci uno sfizio, una voglia, un piccolo capriccio può servire a sollevarsi il morale.per prenderci in braccio e farvi volare in cielo ci vuole altro lo so…perché non mi telef al 320 4380039 😄per avere informazioni su epoche, misure e prezzi? Ringrazio tutti coloro che hanno già acquistato da me con soddisfazione!

Avrà amato anche lei?

Di mia nonna si conoscono tutti gli aspetti della sua vita, da quelli più dolorosi alle poche gioie che ha provato. Noi famigliari che l’abbiamo conosciuta bene ne abbiamo potuto apprezzare i lati buoni e quelli un poco più ostinati. Sappiamo della sua umile provenienza (figlia di N.N…) e non ce ne siamo mai vergognati!  Sappiamo dei lavori che ha svolto, di quanta forza fisica e resistenza avesse e di come sia riuscita a crescere quattro figli. È rimasta vedova molto giovane, aveva 33 anni. La figlia più grande cioè mia madre aveva nove anni. Mentre le campane della Chiesa suonavano “da morto” come si suol dire, aveva le doglie e partoriva l’ultima bambina: zia Bruna. In mezzo i due maschi, cattivi, ostinati, litigiosi e sempre pronti a fare a cazzotti tra di loro. È un fatto molto brutto e doloroso non poter partecipare al funerale del proprio marito.  Se poi pensiamo che oltre al dolore psicologico vi era anche quello fisico per il parto, la faccenda non è usuale. 

A funerale avvenuto, con la piccina nella sua culla di legno da allattare e gli altri tre da sfamare, non aveva il tempo di crogiolarsi tra le lacrime. Dotata di senso pratico, pensò subito a come fare da sola a 33 anni per proseguire dignitosamente la sua vita e quella dei figli. Era ancora molto bella, nonostante all’epoca una donna di quell’età venisse considerata già vecchia. Vestivano di nero ed il lutto veniva rispettato, lavoravano nei campi perciò la loro pelle avvizziva molto presto. Aggiungiamo quelle pettinature così rigide e sembravano la nonna di loro stesse. Nonostante tutte queste componenti, attirava molti sguardi maschili e una volta rimasta vedova, le proposte per risposarsi non le mancavano. Aveva un corteggiatore in particolare,un  brav’uomo, grande lavoratore e persona molto seria che avrebbe voluto condurre una vita con lei, facendosi carico anche dei quattro figli che aveva. Egli era molto insistente, ed io non ho mai saputo se lei ricambiasse questo sentimento. Era forte, pratica, seria e robusta, lavoratrice e madre integerrima ma credo che nel suo cuore avesse anch’essa bisogno di amore e di contatto fisico. Non abbiamo mai conosciuto storie d’amore serie o di passaggio con altri uomini. Non ha mai presentato ai suoi figli un altro uomo che prendesse il posto del padre. Dentro di me però sono fortemente convinta che abbia amato e anche intensamente,  tenendo per sé i suoi sentimenti. Ma che fine fece il corteggiatore insistente? Lui dopo le nozze avrebbe voluto da nonna altri figli, ma lei non accettò mai la proposta perché questa scelta significava “mescolare il sangue”. Il nuovo bambino avrebbe sempre portato addosso il peso di essere un fratellastro per gli altri quattro, soprattutto per i maschi. Ione conoscendo bene la carne della sua carne, rinunciò quindi ad una nuova vita e anche al congruo aiuto economico che ne sarebbe derivato. Non mescolo’ mai i due gruppi sanguigni e ce lo disse fino alla fine dei suoi giorni. Quanto le sia costato in termini di sofferenza, nessuno di noi viventi lo saprà mai. ( continua)

Sarà un caso?

Mi diverte molto guardare ogni giorno le frasi e le parole che il popolo cerca e che spesso riconducono al mio salotto e ufficio. Potrebbe essere un metro di paragone per conoscere non solo i gusti e gli interessi di altri umani, ma si rivela anche uno strumento per misurarne l’intelligenza e la proprietà di linguaggio che usano per esprimersi in forma scritta. Non si contano gli errori di grammatica, le acca mancanti, gli apostrofi dove non vanno e gli accenti in abbondanza. Ci lamentiamo quando dicono che noi Italiani siamo un popolo di ignoranti, soprattutto nelle materie matematiche ecco forse perche’ i cervelli buoni sono tutti all’estero. Mi par di leggere tra  le righe, che ci sono diverse lacune anche nella lingua Italiana. Tra gli ignoranti ovviamente ci sono anche io, leggo troppo poco, ho approfondito pochissimo le materie che adoravo, anche se negli ultimi anni ho cercato di fare ammenda. Però la nostra lingua, per niente semplice, credo di averla imparata. 

Ho tenuto da parte le ricerche più singolari, le parole piu’  strampalate e forse un giorno ne farò un libro!

 La fretta di scoprire cosa c’è sotto a quella data  parola, la curiosità morbosa di conoscere lati non troppo nascosti anche della sottoscritta, fanno si’ che scoviamo linguaggi sconosciuti che forse un giorno finiranno all’accademia della Crusca.  Ma i motori di ricerca non mentono e lasciano quelle famose tracce come le impronte di Pollicino. Leggo  da una decina di giorni circa che gli Italiani sono “incazzati neri “. Dal ritorno delle ferie estive a stamattina si sono accaniti nel cercare ” donne che graffiano il partner sulla schiena”. E questa frase li riconduce da me, perché più volte ho parlato di amplessi complicati ed estremamente passionali, durante i quali la donna, in estasi e rapita dal gentil sesso dell’uomo, cioè mr. Pene, si lascia sfuggire qualche graffio sulla schiena del compagno. D’altronde noi donne orgasmiche, sappiamo bene che il culmine provato è come una piccola morte e negli attimi prima di morire, graffiamo il partner per tutti gli affronti fatti in vita. Quindi va da sé che godiamo ma lo odiamo anche un po’ pertanto, mentre urliamo lo graffiamo. Ora non sto a soffermarmi su come sono scritte le parole: schiena senza acca, graffiare con una Effe sola, pattern che non è partner. Organdus (sarà latino?) Al posto di orgasmo, dona che sgrafia, graffiti sulla schiena ed altre da morir dal piangere. Stamattina invece ho trovato ” accettazione delle corna”, scritto in italiano corretto. Ma secondo voi tra i graffi e l’accettare le corna,  vi è correlazione? 

Graffiandovi tutti vi auguro un erotico sabato sera!