NINUCCIA E GLI ANGELI( prima parte primo cap )

Faceva un freddo polare quel mattino del 15 Gennaio! Alle 7.46 il termometro a Bologna toccava i meno nove gradi. Dalla terrazza del suo splendido Palazzo storico si potevano osservare con stupore sempre nuovo, i rami degli alberi ghiacciati che formavano delle insolite stalattiti e stalagmiti. L’acqua dell’antica fontana della piazza era completamente ghiacciata e lucidissima: ci si poteva specchiare dentro. I soliti bambini ci stavano pattinando come fossero su una vera pista, urlando di gioia. Ogni tanto qualcuno cadeva, dando una grande sederata, mentre gli altri ridevano di gusto, prendendo in giro il malcapitato di turno. Infine si davano la mano per fare il girotondo. Questa scena si ripeteva davanti agli occhi di Ninuccia ogni inverno, ogni qualvolta il ghiaccio lasciava il posto alla soffice neve e sempre alla stessa ora: le 7.46 del mattino. Circa venti minuti prima dell’inizio delle lezioni a scuola. Che belli che erano i bambini di Bologna! “Chissà come sarebbe stato il mio bambino…” si chiedeva Ninuccia in silenzio e con molta rabbia dentro! ” chissà se anche a lui sarebbe piaciuto pattinare sul ghiaccio…” poi ricacciava in gola questi pensieri deglutendo forte. Pensieri amari, tristi e dolorosi che le provocavano come di consueto atroci fitte nel petto che veniva trapassato da mille spade ben affilate. Erano così forti e devastanti da costringerla ad assumere la solita compressa per gli attacchi di panico. E come sempre si dava della stupida bimba ingenua, per permettere ai pensieri di tornare ancora a galla.

Che dolci e teneri i bambini di Via Cavour! Con le loro gote arrossate per il gran freddo, i nasini gocciolanti e gli occhi che sprizzavano luce ovunque, erano un dono speciale che il buon Dio aveva creato per metterli sui nostri traballanti cammini. Ancora una volta stramalediva sua madre, anche se le aveva insegnato a pregare, a tacere sempre e ad accettare tutto in silenzio con rassegnazione. Questo  lo aveva imparato a proprie spese. I bambini avevano la cuffietta di lana, i guantini coordinati, la sciarpa attorcigliata al collo, le giacche a vento ben imbottite: un carosello di allegri colori che danzava sui pattini. I passanti intirizziti dal freddo camminavano con passo veloce e li osservavano divertiti additando ora l’uno ora l’altro per gioire di questo spettacolo. Per un attimo, complice la compressa, complice la scena, tornava sul viso di Ninuccia un timido sorriso che le faceva risaltare le labbra ancora piene e turgide nonostante i suoi 59 anni. ” Avessi avuto io un simile e caldo abbigliamento invernale! Invece sempre mezza nuda, scossa, con addosso i vestiti usati e regalati dal parroco del paese. Quegli abiti che i ricchi signori scartavano come si trattasse di immondizia! Per me erano sempre troppo corti o troppo lunghi: ce ne fosse stato uno della mia taglia almeno per una volta soltanto! E le scarpe? Chiamarle scarpe era un complimento, un grosso eufemismo! Le ricordo consumatissime, puzzolenti e piene di buchi e colla per far rimanere insieme quei pezzi di scarpe prodotte da Mastro Raffaele nella fabbrica. Ma quanto e come erano state usate, quelle che un tempo forse erano scarpe di tela, o scarpe ” pulcine”.? ” Scarpe de’  cartune” come venivano chiamate a Castrolibero per la gran quantità di cartone usata come riempitivo nei tacchi. Ricordo benissimo  che le scarpe erano  molto sensibili all’umidita’, all’acqua e alla neve. Gli adulti ma soprattutto i bambini si ammalavano facilmente,  dato che per tutto il lungo inverno avevano i piedi bagnati e spesso anche gelidi! Ninuccia voleva piangere ma il pianto non era cosa per lei, non era ancora giunto il momento del tanto sospirato pianto. A parte la pelle di capretto che era la più pregiata e la si usava solo per scarpe da cerimonia, le altre scarpe erano durissime: solo ad  infilarvi dentro un piede usciva un grido di lamento per la durezza. Ci potevi anche trovare dentro una simice( piccolo  chiodo) dell’otto, messa dentro apposta per arrecare dolore a chi le avrebbe usate dopo di lui.

” Sunu scarpe e Castrufrancu”, diceva Ninuccia con voce dispregiativa, per alludere alla scarsa ed economica qualità di esse. Solo molti anni dopo le scarpe con la suola cucita con le ” tacce”( grossi chiodi stampini  che servivano a non far consumare facilmente le scarpe) e quelle prodotte con le gomme delle prime auto, furono sostituite dai carrarmati. Fu Tirotta Mafaldo, detto ” lo storpio” che ebbe questa idea per primo. Egli voleva fare carriera nella fabbrica e prendere  il posto del primo marito di Ninuccia. Quel tale Fornasetti Achille, detto “il furbo” che anche in quell’occasione si rivelò un perfetto imbecille….

Mi fermo qui per raccogliere le vs primissime impressioni a caldo.  Se decidete di intraprendere il viaggio della lettura di questo romanzo a tinte talvolta molto forti, vi suggerisco di non abbandonare alle prime pagine perché gli avvenimenti divengono molto accattivanti e complicati man mano si prosegue. Per vs. Conoscenza quando sarà stampato diverfa’ un libro di circa 400 pagine che vi farà compagnia anche durante il lockdown !

Autore: Fabiana

Sono nata il 6/6/64. tutto il resto é noia, mi trovi su SHPOCK, su VINTED, SUBITO.IT. SE HAI BISOGNO CHIAMAMI X COSE SERIE al 3204380039!

7 pensieri riguardo “NINUCCIA E GLI ANGELI( prima parte primo cap )”

    1. No non lo sapevo e mi fa molto piacere un tuo parere. Spero tu lo letta con calma tutto: l’inizio non fa capire cosa succederà poi. Svegliata bene e oggi pranzato al ristorante x dare una mano ai locali che di sera debbono stare scioccamente chiusi. un abbraccio x te grande. FABY.

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