Cara nonna ti scrivo..

wp-image-1629183445jpg.jpeg(collezione quadri ovali e rotondi ricamati a mezzo punto e a punto piccolo. Antiche le cornici, perfetti i ricami, stupendi e molto ben accostati i colori, in vendita)

Sapeva cucire a macchina, rammendare a mano, sferruzzare con i ferri lunghi, fare l’uncinetto, ma non credo di averla mai vista ricamare a punto piccolo o punto croce. La figlia minore invece,  mia zia Bruna, quando le mani erano in grado di lavorare ha eseguito con ago e filo dei ricami spettacolari, degni di essere pubblicati sulle riviste specializzate. Ad ognuno il suo mestiere, ad ognuna la propria vocazione! Uno dei mestieri che le riuscivano meglio era quello di crescere i bambini, di fare loro compagnia, di educarli con metodi fermi ma molto dolci, di far capire loro che la  vita futura avrebbe avuto risvolti di tanti colori e non sarebbe stata solo rosa o solo nera. A casa nostra in quegli anni settanta/ottanta i miei genitori usavana chiamare a pranzo parenti nelle occasioni speciali, come la sagra del Paese, la Pasqua, la vigilia di Natale o anche banalmente in qualche domenica di festa, che allora era veramente sentita come un giorno particolare. Avevamo sovente nostre ospiti la suocera di mia sorella, con la propria domestica, assunta sin da quando lei era una ragazzina e tenuta con sè sino alla morte della stessa. Ortelia, così si chiamava quel fiammiferino di donna aveva avuto lo stesso destino di mia nonna, o molto simile, anche se la signorina Ortelia non si sposò mai. Tra le due vi era un evidente abisso come presenza non solo fisica ma caratteriale: l’una forte e regale con niente a che vedere con l’essere stata tutta una vita domestica e badante si direbbe oggigiorno. L’altra, timidissima, senza vitalità ed iniziative, ubbidiva a tutto quanto la suocera di mia sorella le diceva di fare, con abbandono totale e rassegnazione muta, pareva che da un istante all’altro dovesse cadere per terra svenuta. Durante quei pranzi domenicali, nei quali si apparecchiava con la tovaglia di fiandra e si mettevano i bicchieri di cristallo, mia madre, consuocera voleva fare bella figura davanti alla mamma del genero, e si adoperava sudando le proverbiali sette camicie per essere all’altezza della situazione. Mia madre contadina nerboruta e forte come un quercia non ha mai ereditato la grazia e la nobiltà di Ione, che assomigliava alla consuocera e non certo alla sua domestica. Come dire, la nonna e la mamma di mio cognato le due nobil donne, Ortelia e Bianca le domestiche di casa. Partecipavano a quei lauti pranzi anche altri bambini, in genere i nipoti di mio cognato, alquanto loquaci e rumorosi. Io, eccitata dalla situazione inconsueta davo il massimo parlando a più non posso e insieme facevamo proprio una bella “cagnara”. Pensiamo per un attimo che ai tempi di mio padre Antonio, i bambini mangiavano in cucina da soli, e gli adulti in un altra stanza soggiorno per discutere di affari da grandi e non essere disturbati dai piccoli. Ai tempi di quei pranzi invece noi bambini mangiavamo a tavola con i grandi, ma nonna Ione ci incitava dolcemente a sbrigarci per poi accompagnarci nel salotto buono, per far sì che le coppie adulte potessero trascorrere l’ultima parte del pranzo in santa pace. Andavamo di là, sul divano di velluto color celeste carta zucchero, seguiti anche da Ortelia. Ma era mia nonna che guidava la situazione: ci raccontava favole o ci faceva impegnare in qualche piccolo ma accattivante giuoco per farci stare tranquilli senza schiamazzi. Se tentavamo la fuga per la sala da pranzo, con garbo ci fermava, facendoci ritornare dolcemente sul divano mentre lei, incapace di stare ferma continuava a sferruzzare il maglione di turno. Bastava un’occhiata sola, decisa ma mai cattiva, per farci diventare buoni come agnellini, rapiti da quegli occhi che ho in continuazione davanti ai miei. Sapeva catturarci con voce bassa e suadente, noi bambini la riempivamo di domande tentando di metterla in difficoltà, ma lei aveva sempre una semplice ma pronta risposta a tutto. E se non conosceva la risposta, usava dire” chi vivrà vedrà”.wp-image-1611385225jpg.jpeg( il grembiule fatto da mia madre, con pettorina e tasche a cuore, che indossava per servire in tavola nei dì di festa, questo in particolare è degli anni ’50)

La povera Ortelia, donna semplice, umile senza “spina dorsale” diremmo, ma di una bontà infinita, non aveva voce in capitolo in questo tenerci a bada e  lasciava il ruolo di “capitano” a mia nonna. La  guardava spess,o cercando di attingere forza e carattere, ma dato che erano tutte e due più che settantenni i giochi oramai erano fatti. Non sapendo che pesci pigliare, non poteva fare altro che battere le mani e dire “evviva” quando noi indovinavamo le risposte del gioco a indovinelli, che facevamo tra di noi. Dalla sala da pranzo intanto arrivava un aroma di caffè ammaliatore, che Ione avrebbe bevuto, suo malgrado molto più tardi….( continua)

La soglia del dolore.

Non che fosse wonder woman, non possedeva poteri magici e non credeva di certo ad incantesimi o fatture. In questo scritto non desidero esaltarne o amplificarne le qualità e le doti naturali che aveva. Mi sento in uno stato d’animo predisposto per raccontare con i miei ricordi di bambina, la donna che era, la persona che io ho conosciuto e come l’ho recepita e sentita “nonna” attraverso gli occhi di una personcina piccola. Mi sono chiesta con sincerità perchè dal giorno dell’anniversario della sua morte (15/08/2016 ndr) ho iniziato a scrivere su di lei e non ho ancora smesso. Forse un modo per ringraziarla dell’affetto che mi ha regalato in quei pochi anni che è rimasta accanto a me? Sicuramente perchè parlare di lei mi fa stare bene, mi regala un senso di pace e di quiete che raramente provo e così facendo mi sembra che lei mi sia accanto, continuando quel filo di affetto infinito che stavamo coltivando e che purtroppo si è prematuramente interrotto. Aveva innumerevoli pregi e virtù, l’ho già scritto diverse volte. Sicuramente avrà avuto anche qualche difetto: è inevitabile e fisiologico. Io non me ne ricordo però, magari sapeva mascherarli bene, ma anche questa tesi ha poco fondamento.  Due caratteristiche ben precise che la contraddistinguevano erano sicuramente la tenacia e la caparbia, quelle sì che me le ricordo bene nella figura di mia nonna! Quel suo volercela fare a tutti i costi sfidando a volte anche il destino e la sorte. Mi sento di affermare che queste doti un pochino me le ha trasmesse tramite mia madre, ancora più cocciuta e testarda di lei. C’è però una grande differenza tra essere tenaci e non vantarsene, portando a compimento l’impegno preso e l’esserlo con supponenza, sbandierando ai quattro venti di avercela fatta con le sole proprie forze. Vantarsi di essere tenace, robusta, forte e caparbia senza tenere conto che nell’ottenimento di un qualsiasi successo, anche la natura, i geni, il dna ed i nostri antenati giocano un ruolo molto importante. Divideva un letto matrimoniale con le tre sorellastre, che cagionevoli di salute, erano spesso malaticcie. Nonna non si ammalava mai, dico mai, nemmeno un raffreddore. Era riuscita a non prendere nemmeno le malattie esantematiche tipiche dei bambini, pur stando a stretto contatto con le sorelle e con il fratello. Non conosceva le influenze, le bronchite o le faringiti. Diventò donna piuttosto tardi, ebbe il suo primo menarca a diciotto anni e anche questo la dice lunga sullo stato di salute. Quando abitava a casa nostra, ebbe una trombosi improvvisa ed irreversibile che le fece perde la vista in un occhio. Non disse nulla sulle prime, come sua consuetudine non voleva arrecare disturbo e nemmeno far preoccupare mia mamma e la nostra famiglia. Ci accorgemmo che c’era qualcosa che non funzionava bene, perchè improvvisamente rammendava male i calzini di mio papà e non riusciva più a cucire a macchina. Muoveva la testa in modo strano e mia mamma che stravedeva per la sua mamma, si era accorta velocemente che era strana. Dopo averle chiesto con preoccupazione cosa c’era che non andava, le rispose che non vedeva bene dall’occhio destro e la vista si era tutta annebbiata. Le facemmo fare immediatamente una visita oculistica che dignosticò la trombosi e la perdita totale della vista. Fummo tutti quanti sbigottiti e molto preoccupati, lei non si lamentava mai, anche se questo incidente le provocava dei forti mal di testa. Riuscendo ad avere una soglia di tollerabilità molto alta del dolore, non credo facesse uso di anti dolorifici che peraltro in casa nostra erano merce rara. Continuò a cucire e a sferruzzare, a far da mangiare e a svolgere tutte le sue attività come prima, senza lamentarsi, dicendo che sono cose che capitano. Punto. Se penso che ogggiorno anche per un semplice male di stomaco o testa, un piccolo capogiro, o altra cosa banale ricorriamo subito a medicinali e non abbiamo il tempo o la pazienza di vedere se il malino passa da solo, mi vien da chiedermi come facevano un tempo. Senza antidolorifici specifici anche solo per un’unghia di un piede e soprattutto senza antibitioci. Vigeva la legge del “taglione”, il più forte viveva, il più debole moriva. Non parlerò in questo capitolo di quando dovette affrontare il tumore allo stomaco, di come reagì e dei comportamenti che assunse:ora non è il momento. Mi collego invece ad un problema che io stessa mi sto portando dietro dai primi giorni di agosto e che non ho ancora risolto: il male ad un dente. Affermo che nella mia vita personale, uno dei dolori più atroci e martellanti che abbia provato diverse volte è proprio il male ai denti e devo dire che ne ho sofferto parecchie volte. Quel male dovuto quasi sempre ad ascessi o a denti del giudizio, che dovrebbero rimanersene ove Cristo vuole, ma non nelle nostre bocche. Quei mali da suicidio che scoppiano soprattutto d’estate con il caldo, possibilmente quando il tuo dentista di fiducia è in ferie. Mi sono affidata ad un altro specialista ed ora sono praticamente in mano, è il caso di dire, a due dentisti. Vedremo un pò come andrà a finire..Ma non è di me che voglio parlare, in chiusura di capitolo mi sovviene molto bene il ricordo di nonna e dei suoi denti. Che fosse povera lo abbiamo già detto, che fosse rimasta vedova all’età di trentadue anni lo dico ora, che avesse avuto cinque gravidanze lo ricordiamo ancora. E con esse e gli allattamenti,  i suoi denti si ammalarono tutti ben presto. Credo di capire dai ricordi storici di mia sorella che soffrisse anche di piorrea, che mescolata alla malnutrizione e alle gravidanze fecero sì che ella dovette prendere una rapida decisione. Ricordo ai gentili lettori che parlo degli anni ’30/40 e che certamente allora non si conocevano le cure per salvarli. Nè tantomeno vi erano le anestesie per curarli. Non potendone più di soffrire per questo male che non le dava tregua, prese la decisione di farseli togliere tutti da un dentista di Parma, che assomigliava più ad un maniscalco che ad un odontoiatra. Si recava a Parma non so se a piedi o con la corriera e ordinava al dentista di estrargliene due o tre alla volta. Egli non era certamente d’accordo sulla procedura da seguire, perchè poteva incorrere in infezioni o altri seri problemi. Lei non cambiò di certo idea e finchè non gliene aveva levati almeno due nella stessa mattina, non si muoveva dal suo studio. Poi se ne ritornava a casa, sputando sangue per tutto il tragitto,  assistita solo da un paio di grandi fazzoletti da naso. Li tolse tutti e trentadue nel giro di pochissimo tempo affermando che da quel momento in poi non le avrebbero più fatto male. Mangiò pane intriso nell’acqua per far guarire le povere gengive doloranti, ed aggiungo che non so come abbia fatto a subire trentadue estrazioni a tre alla volta, senza anestesie, senza antibiotioci, senza antidolorifici. E soprattutto senza lamentarsi mai, non aveva tempo per i lamenti e le lacrime. Doveva crescere quattro figli ( Divina morì dopo pochi giorni dalla nascita ndr..) e doveva farlo da sola.

Vizi, vezzi e virtu’.

Non si può dire di lei che fosse una donna con tante pretese, come del resto non ricordo che seguisse le mode e che volesse somigliare o scimmiottare  qualche attrice della televisione. Anche se indubbiamente e senza voler essere di parte se lo poteva permettere benissimo! Con il fisico ed il viso che si ritrovava, quei capelli lunghi neri lucidi, Corvini, per l’appunto e quei suoi modi eleganti avrebbe fatto mangiare la polvere  a qualche attricetta del varietà, che per campare doveva mostrare le gambe e non solo.wp-image-1440009986jpg.jpeg

Avendo molta dimestichezza con i lavori manuali sapeva confezionarsi da sola alcuni capi di vestiario, sempre modesti e semplici come linee, con le sue doti di sarta allungava o stringeva a seconda delle necessità.  Con le arti da magliaia sferruzzava per sè stessa e per noi nipoti, con le mani e la creatività aveva imparato a cucinare ricci arrosto e a friggere le bucce di patate ai tempi delle guerre, ma..c’erano alcuni ma, sui quali lei non transigeva. I miei ricordi in questo capitolo di oggi sono molto forti e nitidi e non ho dimenticato le sue grandi passioni, che oggigiorno sono abitudini normali, ma che venivano da lei considerati “vizi”. Non so come aveva fatto ad innamorarsene, ma adorava il caffè, abitudine o vizio o passione, che ha tramandato anche a me e a mia sorella. Non mancava mai di preparare la moka al mattino dopo colazione con arte e maestria, delicatezza e sobrietà, stando ben attenta a non rovesciare la preziosa polvere sul fornello o sul tavolo di formica da cucina. Lo versava per sè e per mio papà, mamma avendo problemi di stomaco lo prendeva con il latte. Ne preparava ancora un’altra moka dopo pranzo e quello se lo gustava in modo paradisiaco. Poi si metteva a lavare i piatti con piacere ed enorme soddisfazione per aver bevuto il liquido dolceamaro tanto bramato. Se mi accostavo a lei per slacciarle il grembiule, ed era un classico vizio che avevo per giocare con lei, sentivo che emanava un profumo di caffè squisito, anche se non sentivo la voglia o il desiderio di provare a berne un sorso. Ero piccola,  non me lo avrebbero permesso e poi ero interessata a ben altro in quegli anni! Per l’epoca nella quale è nata, perchè oramai di epoca si tratta, era abituata a lavarsi molto e a tenersi in ordine corporalmente. Da ragazza faceva il bagno nel grande mastello in lamiera zincata o smaltata bianca, usando sapone di Marsiglia e borotalco Roberts per togliere quel poco di umidità che le rimaneva sulla pelle.  Vezzo che ha sempre mantenuto, lavandosi in tempi più recenti nella vasca di casa nostra o nelle vasche delle case presso le quali prestava servizio. Aveva la grande fortuna di non avere un sudore acido, pertanto non necessitava di alcun deodorante per ascelle! Sudava molto, lavorando alacremente ed incessantemente, soprattutto d’estate ma con grande stupore io e mamma Bianca, notavamo che non emetteva alcun odore sgradevole. Questa è una grossa fortuna per una donna che aveva comunque più di settant’anni ed era ovviamente in menopausa avanzata. Come cosmetici non solo non ne usava, ma guardava in modo stupito le donne che si mettevano eye liner e ombretto sugli occhi, fondotinta e cipria in viso, rossetti vistosi sulla labbra. Credo di ricordare che l’unico filo di rossetto le sia stato imposto il giorno del matrimonio di mia sorella, cosa che accettò di malavoglia, ma per non farci un torto lo accettò! Diceva che le donne così truccate, parevano pagliacci da circo e che sicuramente si sarebbe rovinata loro la pelle, cosa peraltro verissima in chi ha abusato in gioventù di trucchi molto pesanti.Non aveva, rughe, (la foto in alto la ritrae a più di 72 anni….) non conosceva la cellulite e nonostante le cinque gravidanze, non aveva smagliature. Il seno tonico ed alto, non richiedeva uso di creme o push up come si farebbe ai giorni nostri, insomma mia nonna era veramente una gran belal donna! Come dicevo se i suoi unici cosmetici erano la saponetta Palmolive, il borotalco Roberts ed il sapone di Marsiglia per lavarsi i capelli, nei cassetti del suo comò amava tenere dei rametti di lavanda per profumare la biancheria. Usava prepararne dei sacchettini di cotone bianco che metteva anche nel como’ di mamma e papà, e vi confesso che non era un profumo che gradivo molto: era troppo persistente. Ancor oggi non rientra nei miei aromi preferiti, così come non sopporto l’odore della canfora che usava in grande quantità per non far sì che nei capi invernali venissero le tanto temute tarme. Aveva le sue idee e le sue abitudini reiterate nel tempo, era certa che funzionassero e anche a Rivalta continuava con questi piccoli ed innocui vizi. Quando usciva di casa, anche semplicemente per andare a far la spesa o a Messa, usava mettere in bocca una caramella di menta di quelle lunghe e dure classiche, che oggi si vendono a peso. Desiderava lasciare un buon ricordo di sè alle persone con le quali conversava, voleva trasmettere odore di pulito e di buono, profumo di sicurezza e di semplicità. E riusciva bene nell’intento senza forzarsi o fingere. Non ricordo di averla mai vista alterata o arrabbiata e se lo era, lo teneva per sè e non voleva trasmettere il suo malumore a noi, non era giusto diceva sempre.  Teneva una scorta di caramelle Sperlari ben fornita dentro il famoso comò  nell’angolo sinistro del primo cassetto.  Se una persona voleva farle un regalo gradito le portava un sacchetto di caramelle di menta e lei ne era molto felice! Portando per tutta la sua media vita i capelli molto lunghi, di giorno come ho raccontato aveva una crocchia in testa, fermata con forcine in osso. Prima si faceva una grossa treccia poi arrotolandola su sè stessa, metteva molte di queste forcine incastrate tra loro. Alla sera toglieva le forcine ed andava a letto solo con la treccia: in quel momento mentre era in bagno per fare le sue abluzioni serali giungeva il momento esatto per nascondergliele. Mi divertivo a metterle in posti improbabili per me, ma che sarebbero stati di facile scoperta per lei, dicendole che non ne sapevo nulla. Lei, innocente e semplice come una bimba, mi credeva o fingeva per farmi divertire, perchè non conosceva la menzogna e le bugie. Non raccontandone mai non pensava forse che nemmeno gl ialtri potessero raccontarne, o per lo meno non una bimba piccola. Poi, vedendo che si rattristava moltissimo, le andavo a prendere e le chiedevo scusa, lei mi perdonava sempre abbracciandomi con affetto. Un altro oggetto al quale era legatissima era un ombrellino in seta color biscotto, con il manico in avorio arrotondato.ombrellini

Non so chi glielo avesse regalato, non sono nemmeno ben sicura che potesse riparare dalla pioggia, fatto sta che Ione era molto legata a questo pezzo che oggi definirei antico. Forse una delle famiglie benestanti presso le quali ha lavorato, deve averglielo regalato per qualche Natale. Era molto bello e raffinato, quando lo teneva in mano sembrava proprio una nobil donna, a conferma ancora una volta che doveva essere figlia di persone aristocratiche. Quando glielo nascondevo quasi piangeva, ma capendo che ci teneva oltre misura, non lo feci che pochissime volte. Ciao nonna, alla prossima puntata. (continua) ombrellinopanna

Giochi ed attività ludiche.

Dai un gomitolo di lana ad un bambino e te lo trasforma in un castello con un principe ed una principessa! Questa è una delle frasi che ho sentito pronunciare maggiormente da nonna Ione. Lei che di giocattoli da piccina non ne ha mai  posseduti, aveva inventato bambole di paglia e stracci per le figlie femmine, dipingendo occhi e bocca  con pezzi di carbonella. Per i due maschi, con qualche residuo di pentole rotte e pezzi di ferro, nonna costruiva carri con i buoi e  carrarmati. I chiodi arrugginiti avvolti nella stoppa diventavano soldatini per i combattimenti. Le sedie accavallate l’una sull’altra si trasformavano in fortezza da espugnare ed i piu’ fortunati possedevano anche una palla di cartaccia mista a stracci. Sino a qualche decennio fa, il giocattolo inteso come oggetto per far divertire e trascorrere il tempo libero, era patrimonio di bambini benestanti che potevano permettersi il lusso di giocare con bambole di bachelite, le antesignane della plastixa o automobiline in latta. Oltre a tricicli, piccoli carretti, cerchi di legno rotanti e i primi trenini. Questa doverosa premessa per raccontare che anch’io pur non essendo nata nei primi anni del Novecento, non sono stata una bambina con la camera piena zeppa di giocattoli. I miei genitori non concepivano l’idea giusta o sbagliata che fosse, di dover spendere dei soldi per comprare giocattoli che di lì a poco, non avrei più guardato. Erano invece favorevoli ai disegni fatti su qualsiasi foglio di carta, con pastelli a cera e matite colorate e ogni tanto mio papà mi comperava qualche libro di favole. Ma erano occasioni rare che si contavano sulla punta delle dita. Nella mia infanzia credo di aver posseduto tre bambole. La prima mi fu regalata da mia sorella quando andai in ospedale. La chiamai Elisabetta, era bionda non molto alta e con una vestina rosa. Poi fu il momento della prima Barbie, quella più economica da mille lire: indossava un costume olimpionico celeste ed aveva le gambe rigide non pieghevoli. Il regalo non mi diede alcuna soddisfazione e fu una delusione gigante perché le mie amiche avevano le Barbie da cinquemila lire, con le gambe pieghevoli e diversi abiti intercambiabili. Questo regalo coincise, mese più mese meno, con l’arrivo della nonna a Rivalta, per trascorrere con noi gli ultimi anni della sua vita. La gioia per il suo arrivo e trasferimento a casa nostra,  fu tale che per un lasso di tempo ragionevolmente lungo, dimenticai i giocattoli e le bambole.  Non la conoscevo ancora bene: in fondo avevo solo dieci anni! L’avevo vista poche volte, ma di lei avevo sentito parlare  in continuazione dalla mia famiglia e da coloro che la conoscevano,  sempre e comunque in modo positivo e solare. Sentivo di lei solo parole  buone e di elogio e di come aveva condotto la sua vita da bambina figlia di N.N. Non avevo vissuto episodi legati alla nonna in modo particolare, non avevo mai giocato con lei o trascorso vacanze. Al contrario di mia sorella che di anni ne aveva ventotto e le occasioni per frequentarla erano state numerose e molto più approfondite delle mie. Dal momento in cui scese dalla Cinquecento color crema di mia zia Bruna, mi abbraccio’ con tenerezza ed affetto, ma con altrettante misura e dignità. Mi ricordo benissimo il suo tailleur color marrone scuro, la camicetta che indossava con il fiocco davanti, le scarpe basse e comode. I capelli bianchi e lucenti, erano raccolti in una crocchia e quel profumo di saponetta Palmolive che aveva sulle sue morbide  guance. La saponetta Palmolive ed il borotalco Roberts, erano gli unici vezzi cosmetici che usava Ho ancora nelle narici il senso di sicurezza e di candore che il suo viso mi trasmise e da quell’abbraccio caldo ed educato, capii anch’io che la nonna doveva essere una persona speciale e che con lei avrei fatto molti giochi. Una vera nonna con la enne maiuscola, dotata di di pazienza, di dolcezza, di buone maniere e di molta esperienza anche in fatto di bambini. Aveva cresciuto i suoi quattro figli e aveva svolto il lavoro di baby sitter per molti altri bambini, accudendoli in maniera esemplare per diversi anni. Essendo una donna molto calma e riflessiva, nei momenti in cui mi vedeva nervosa o annoiata, oppure rabbuiata perché la mamma, cioe’ sua figlia mi aveva sgridata, mi proponeva svaghi alternativi che si inventava senza difficoltà. Andavamo spesso a raccogliere le viole in primavera nel grande parco dell’avvocato Falcetti.  La nonna sapeva creare mazzolini stupendi di viole che, una volta legati con il filo della spagnoletta bianca mettevamo sul tavolo di cucina oppure sul comò della nostra camera da letto. Anche con gli altri fiori che raccoglievano nei campi, sapeva creare bouquet di fiori da fare invidia ad un fiorista creativo di oggi. Andavamo insieme nel frutteto a raccogliere la frutta matura e usava cesti e cestini di vimini adatti per ogni tipologia.
 Con lei vicina che mi spiegava passo dopo passo come trascorrere ore liete senza giocattoli, mi sembrava di essere in un’altra dimensione dove non c’era cattiveria o paura. Il suono della sua voce così basso e dolce mi portò un giorno a prendere il mangianastri e ad intervistarla per riascoltare la sua voce ogni qualvolta mi fosse mancata. Tenni la preziosa cassetta per molti anni poi, una volta sposata la persi durante il trasloco e quello fu un enorme dispiacere per me.


 Nonna Ione sapeva benissimo che a me piaceva molto giocare alla parrucchiera. Perciò per farmi contenta mi permetteva ogni tanto di lavarle i suoi lunghissimi capelli: per me era una gioia enorme e cercavo di farlo al meglio come una vera professionista. Per quanto riguarda i giocattoli mi regalo’ soltanto una bambola nel periodo in cui abitò con noi. Era  rossa di capelli, molto grossa ed ingombrante e nemmeno troppo bella. Con mia nonna vicina quell’unico giocattolo bastò e non ne chiesi altri. (Continua)

Il concetto di viaggio (parte seconda)

Oggi W P ha deciso di fare i dispetti e mi ha tagliato buona parte del post scritto. Ora cerco di riscriverlo così come lo avevo pensato e preparato. Vogliate scusarmi!    

Ci si doveva però accontentare di viaggiare accanto a piccioni,galline, maiali, tacchini e conigli, con tutto ciò che essi producevano. Oppure ci si accucciava in mezzo a sacchi di iuta pieni di frumento ed orzo, schiacciando magari un pisolino nel lungo e dissestato percorso. I viaggi e gli spostamenti del tempo che fu dipendevano quindi da molti fattori, che non erano molto graditi alla mia nonna. Il dover dipendere da altri, da orari approssimativi e da tragitti spesso improvvisati non facevano per lei. Conscia della propria forza fisica e della grossa relizienza innata, amava usare sovente un mezzo di circolazione veloce, scattante, tonico ed economico. Le sue lunghe e belle gambe. Abituata ad accorrere subito ove ve n’era bisogno, avvezza ad accudire animali, cristiani, partorienti ed esseri umani in agonia, nonna fece delle sue gambe uno dei suoi tesori più preziosi. Un dono lasciatole in eredità da coloro che non l’avevano riconosciuta come figlia naturale ma che senza saperlo, l’avevano dotata anche di questa caratteristica: la velocità mista alla non stanchezza fisica. Non vorrei che chi mi legge, pensasse che ciò che scrivo sia frutto di fantasia o esagerazione per il grandissimo affetto che nutrivo e che sento ancor ‘oggi per l’unica dei quattro nonni, conosciuta ed amata profondamente. Era una donna umile, semplice, genuina ed onesta ma dotata di peculiarità sconosciute ai figli e ai nipoti.Non mi stanco di ripetere che l’eleganza e la nobilta’ che trapelavano da ogni suo gesto, erano spontanee e naturali. Così come la sua ingenuità nel trattare i pochi affari economici con i quali si è dovuta scontrare nel corso della sua esistenza. Tutti noi ricordiamo benissimo quando in estate durante gli anni cinquanta, veniva ad aiutare i miei genitori nel duro lavoro nei campi e nell’accudimento degli animali.Partiva di notte da Rivalta di Parma, ed attraversando di corsa boschi e campi al buio, arrivava a Rivalta di Reggio Emilia nel fare del giorno. Una volta arrivata nei pressi di casa dei miei genitori prendeva fiato e percorreva l’ultimo chilometro lentamente. In lontananza il clacson della corriera che arrivava consolante, alla quale lei, puntualmente faceva “marameo”. E all’autista ancora assonnato diceva tra sé e sé “ciao nini’, io son gia’qui.

 

Il concetto di viaggio.

In quegli anni erano poche le automobili in circolazione e quelle poche,appartenevano a persone benestanti. Le guidavano con vanità ed orgoglio, mostrando al popolo plebeo la conquista ottenuta, il mezzo moderno per evitare di andare a piedi come avevano fatto per millenni. Oltre al fatto non da poco, di dimostrare che essi non sapevano condurre solo un carro trainato da buoi, ma avevano imparato a guidare quello che si rivelera’ in futuro un potente mezzo di circolazione. Per tutti gli altri c’erano i mezzi pubblici: la corriera sempre stracolma e maleodorante, che passava ad orari dettati e dalle condizioni climatiche e dalle condizioni delle strade. C’era il treno, con le sue carrozze lente e cigolanti, dentro le quali si poteva fumare ovunque e la gente era stipata all’inverosimile.  C’era anche la possibilità di salire su qualche malandato camioncino, che trasportava semenze e animali, sedendosi tra galline e maiali. O se il posto del passeggero non era già stato già occupato da altri avventori, ci si poteva accomodare accanto al guidatore discorrendo del più e del meno durante l’intero viaggio.

I primi timidi abiti.

Se pensiamo agli anni nei quali è nata e vissuta mia nonna,cioè  i primi anni del Novecento,  si può facilmente evincere che tipo di abbigliamento e di accessori fossero disponibili a quei tempi. Focalizzando la memoria, sui racconti narrati da lei nelle serate invernali o in estate seduti in giardino, emergeva  sempre il fatto certo e ineluttabile, che ella era stata abbandonata dai genitori. E per genitori nonna Ione intendeva soprattutto la madre. Quando fu raccolta ed accolta all’orfanotrofio di Parma, abbandonata da chissa’ chi “in fretta e furia, per sbarazzarsi di me” ripeteva spesso,  era avvolta in una copertina di pannetto bianco e azzurro, senza tutina in spugna né tanto meno pannolone o cuffietta di lana. Al  collo aveva una catenina d’oro con una Madonnina o un Crocefisso, presumibilmente messole affinché la proteggesse dalle sventure che la vita certamente le avrebbe riservato. Da quel pannetto di lana in poi, il suo abbigliamento e gli accessori che userà sino al momento della sua morte saranno umili, semplici, riciclati, riparati da lei con abilità o da lei stessa confezionati. Durante gli anni trascorsi nella famiglia che l’adottò, indossava solo abiti dismessi dalle sorellastre, di colore scuro che avrebbero dovuto invecchiarla. Invece Ione era talmente bella e radiosa, che anche vestita di nero o di viola scuro comunicava la sua giovinezza e la sua forza fisica inesauribile. Con i primi guadagni, qualche moneta elargita dal padre come riconoscimento per il durissimo lavoro svolto, comperava qualche pezza di stoffa dall’ambulante del paese che passava di casa in casa con il suo carretto traballante, trainato  da un altrettanto vecchio e stanco cavallo. E con quelle pezze, nei momenti di riposo si confezionava qualche camicetta o gonna lunga sino ai piedi. Prediligeva i colori chiari, dovendo indossare sempre quelli scuri per volere della madre. E quando metteva un indumento di colore beige o panna, o bianco addirittura, non erano pochi i giovanotti che si voltavano per ammirarla! Deliziati e compiaciuti per vedere una sì bella donna, alta, formosa, con lineamenti nobili e delicati, una crocchia enorme di capelli corvini (come il cognome fasullo che le diedero all’orfanotrofio ndr) e lucenti che si ergeva sulla testa, mettendole ancora più in evidenza il lungo e sinuoso collo. Ione sempre serena, rastrellava il campo come se stesse suonando un’arpa o un violoncello. Non ho mai capito sino in fondo come facesse una donna abbandonata dai genitori, che è cresciuta in una famiglia di contadini grezzi ed ha sempre vissuto in contesti molto poveri, racchiudesse in sé tutte quelle doti di eleganza e raffinatezza che la facevano distinguere ed emergere rispetto ad altre donne. E non parlo con parole dettate dal mio grande affetto per lei, ma cerco di rendere merito ad una donna speciale,  che non ha trasmesso a nessuno dei quattro figli i doni in lei intrinsechi che le sono stati fatti alla nascita. Questi suoi modi così eleganti e nobili saranno in futuro, oggetto di ricerche della sua famiglia per  conoscere le sue origini e da dove proveniva.  Ricerche ed ispezioni accurate fatte dai figli e nipoti,  che porteranno gli stessi a supporre, che fosse l’esito di un amore clandestino tra un nobile e la sua servetta. O viceversa. Ma ne parlerò a tempo debito. Diversamente non ci si può spiegare con il solo raziocinio, i comportamenti e le doti naturali che emanavano da lei, ogni qual volta scuotesse anche solo la testa. (Continua )

Nonna Ione a Rivalta. 

 

Corvini Ione ved. Fornari, trascorse gli ultimi anni della sua vita a casa mia a Rivalta, in via Sant’Ambrogio numero uno. Nelle lunghe sere invernali, dopo cena la nonna lavorava a maglia e confezionava calzettoni, sciarpe, berretti e maglioni per noi tutti. Oppure rammendava con precisione altrettante calze, abiti da lavoro di papà e mamma, cuciva i miei grembiuli scolastici, confezionava maglioncini deliziosi per mio nipote Giuseppe,  nonostante non avesse più la vista in un occhio. Quello destro credo di ricordare, per colpa di un’improvvisa trombosi. Ero molto piccola all’epoca, può darsi che i miei ricordi siano un tantino imprecisi per quanto riguarda piccoli particolari, ma la mia memoria ed il mio affetto per questa persona dolcissima è ancora molto forte, nonostante quest’anno il quindici Agosto siano stati trentanove anni, da quando è scomparsa. In età da pensione, assieme ai suoi quattro figli,  prese la decisione di trascorrere la vecchiaia a casa nostra, scegliendo percio’ di venire da sua figlia Bianca, mia madre, ed io ne fui felicissima. Dei quattro figli non vi nascondo che Bianca era quella alla quale era maggiormente affezionata, senza nulla togliere agli altri. Di conseguenza amava in modo particolare le sue figlie, Fabiana e Giuliana. Per me bambina di sette/ otto anni, fu un avvenimento speciale poter accogliere una nonna in casa, l’unica nonna conosciuta. Immaginavo di poter giocare con lei, di farmi raccontare le favole, di andare a raccogliere le viole nei campi e di fare tutte quelle cose che una dolce nonna fa con i nipoti. Cose e giochi che di solito allora come oggi, i genitori non hanno nè tempo e nè voglia di fare, dando la colpa ad impieghi troppo pressanti o ad attività lavorative che li portano fuori casa tutto il giorno. Va da sè che quando alla sera alle diciannove/venti circa un genitore ritorna a casa, è stanco e presumibilmente non ha voglia di giocare con i figli e nè tantomeno di inventarsi favole da raccontare. Tutt’al più legge qualche pagine di un libro già inventato da altri, sbagliando pagina e camuffando le parole per far prima, visto che cade dal sonno addosso al bambino. Ma il bambino furbo ed intelligente, corregge il genitore ogni sera, dal momento che conosce il libro a memoria. Il bimbo gli dice che non era arrivato a pagina xy, e sottolinea deluso, che le parole non sono esatte. Invece un nonno ha la pazienza e la voglia d’inventare e creare nuove storie, inedite e mai ascoltate dai nipotini, storie magari vere e di vita vissuta che fanno emozionare e stupire i nipoti. Nonna Ione era una di queste nonne dolci e speciali, che sapeva rendere una “fola” qualsiasi, una storia affascinante e sino alla puntata dopo, non si aveva pace e nè sonno per sapere che fine aveva fatto “quel bambino birichino e svogliato, di nome Giuliano”…. Quando la decisione di venire ad abitare a Rivalta, fu presa, tutta la famiglia si preparo’ per riceverla. A quei tempi abitavano con noi a Rivalta, anche mia sorella Giuliana, mio cognato e mio nipote. Le camere della nostra casa erano soltanto due e noi diventavamo sette, percio’ i miei genitori misero una brandina nel “salotto” buono, vuotarono alcuni cassetti ed ante del mobile e quella, d’ora in poi sarebbe diventata la camera da letto della nonna. Per lo meno sino a qualche anno dopo, quando mia sorella e famiglia decisero di traslocare. Nelle lunghe e fredde sere d’inverno, sedevo sui suoi piedi spesso gelati, per riscaldarglieli e lei, sferruzzando con grazia e velocita’ mi raccontava la sua infanzia. Ero incantata e rapita dalle sue dolci e rassicuranti parole, mi sentivo anch’io dentro alla  favola della sua vita, perché ella aveva la capacità naturale di raccontare anche episodi brutti e dolorosi come fossero semplici intoppi risolvibili.  Usava sempre il tono della voce basso e modulato e mai una volta rimasi spaventata o intristita  dai suoi racconti, a volte veramente molto tristi. (Continua con i ricordi di nonna Ione..)

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Macelleria Bosco.

 

continuano i ricordi affettivi ed affettuosi su Nonna Ione. Scrivetemi cosa ne pensate…

Subito dopo la seconda guerra mondiale,nei lontani anni cinquanta,il consumo di carne pro capite, si attestava su due o tre pasti settimanali. Le parole vegetariano,vegano,morbo della mucca pazza,dieta bilanciata, non erano ancora state inventate. La caccia rappresentava una fonte di sostentamento senza distinzione di specie in via di estinzione. Lepri, fagiani, Caprioli,cinghiali,colombi e uccelli. Ione andava a caccia di porcospini. Al calar della sera,scendeva velocemente il pendio che si congiungeva con un bosco e  da lí si potevano vedere i ricci che cercavano di raggiungere un ruscelletto poco più sotto. Bastava inoltrarsi tra gli alberi e acquattarsi per un poco ed ecco arrivare la palla pungente. Con la punta di un bastone veniva toccata e,immediatamente il riccio si richiudeva irrigidendo ancor più gli aculei. Subito la palla pungente veniva fatta rotolare in un sacco di iuta,talmente ruvido da graffiare le tenere mani di noi bambini. Andavamo con la nonna,una puledra rassicurante,alla “macelleria del bosco” nel buio mitigato dagli ultimi raggi del sole che era già calato, ma rifletteva la sua luce sulle morbide nuvole oltre la collina. Terminata la caccia al quinto o sesto porcospino,si tornava a casa con il sacco sulle spalle della nonna. Qui,dopo un’equa divisione del bottino,chiuso ben bene il sacco,andavo a dormire con lei. Ero felice, tranquilla,protetta,non lo sarei stata mai più negli anni successivi, nonostante le apparenze. Le chiedevo una “fola”favola prima di dormire e lei,seppur stanchissima,mi accontentava sempre. Fu l’unica persona a farlo e mi narrava di un cavallino con il suo biroccino che aveva un padrone molto buono che gli dava sempre la biada e un secchio di acqua fresca,lo strigliava con delicatezza e lo portava a pascolare dove l’erba era più tenera. Alla domenica andavano al mercato e  questo padroncino non usava mai la frusta per farlo trotterellare. Mi addormentavo con immagini delicate e rassicuranti che scorrevano nella mia mente,sentivo il suo leggero respiro,toccavo con la mano la sua camicia di cotone e tutte le paure del mondo erano lontane da me.

Nonna Ione. Senza esse.

Ione cresceva in un ambiente contadino  dove la stalla, il fienile,il pollaio,la gabbia dei conigli,lo  stallino per il cavallo e il sottoscala per il maiale, nonché la piccionaia nella soffitta,erano un corpo unico con la cucina e le due camere da letto. Persone e animali vivevano in un contesto di famigliarità e di mutuo aiuto dalla nascita alla morte. Parole come: lavoro minorile vietato,dieta calorica, pet teraphy,bocconcini per cani e gatti,spreco di cibo, elettricità,automobili,ogm, antibiotici e mille altre che non citerò,all’inizio del secolo scorso, non erano ancora state inventate. La bimba dormiva in un lettone con materassi di foglie di granoturco e cuscini di fieno, assieme alle tre sorelle: due a capo e due ai piedi del letto. Le bimbe erano spesso ammalate, soprattutto nei lunghi e gelidi inverni; Ione non si prendeva nemmeno un raffreddore, nemmeno le tipiche malattie dell’infanzia che ora vengono prevenute con le vaccinazioni. Era dotata di una robustezza fisica unica,il suo patrimonio, l’unico patrimonio che possedeva e che la rendeva libera,erano, oltre alla forza fisica,una salute di ferro, un coraggio sconfinato, un ottimismo incrollabile e una generosità senza limiti. Il padre la chiamava ” Ciccio” perché aveva tutte le caratteristiche che solo un maschio veramente superlativo, poteva possedere. Aveva appreso tutti i mestieri della campagna, quelli che ora va di moda pallidamente riproporre nelle sagre paesane. É un’offesa e una beffa proporli e cercare di lucrare su queste messe in scena, senza far capire lo sforzo e il sudore e le difficoltà di quei tempi. Ione andava a mietere con il falcetto,quello del vecchio simbolo falce e martello, falciava l’erba con la falce,proprio quella che simboleggia la morte. Arrotava la lama con il martello sopra un ferro apposito, guidava i buoi quando c’era da seminare o da arare il campo, a volte tre paia di buoi contemporaneamente, mungeva le mucche e puliva le stalle,caricava erba e fieno sul carro e molto altro ancora. D’inverno poi, filava la lana con il filarino,dopo la tosatura di una pecora, imparava a cucire e cucinare e persino un poco a leggere e scrivere. Nonostante fosse trattata e considerata come un uomo,a 18 anni ebbe il suo primo mestruo: era diventata una giovane donna alta e armoniosa,con una lucida treccia di folti capelli neri. Mi raccontava che alla domenica la sua mamma,mentre pettinava le sue sorelle,si chiedeva il perché di tanta bellezza e tante doti avesse questa trovatella. Mentre la pettinava, lo faceva con rabbia e sgarbo fino a farla piangere dai colpi di spazzola dati come se dovesse spazzolare un cavallo.( continueranno i capitoli sui ricordi di Nonna Ione, scritti da Fabiana e Giuliana Schianchi in un libro.