Cara nonna ti scrivo..

wp-image-1629183445jpg.jpeg(collezione quadri ovali e rotondi ricamati a mezzo punto e a punto piccolo. Antiche le cornici, perfetti i ricami, stupendi e molto ben accostati i colori, in vendita)

Sapeva cucire a macchina, rammendare a mano, sferruzzare con i ferri lunghi, fare l’uncinetto, ma non credo di averla mai vista ricamare a punto piccolo o punto croce. La figlia minore invece,  mia zia Bruna, quando le mani erano in grado di lavorare ha eseguito con ago e filo dei ricami spettacolari, degni di essere pubblicati sulle riviste specializzate. Ad ognuno il suo mestiere, ad ognuna la propria vocazione! Uno dei mestieri che le riuscivano meglio era quello di crescere i bambini, di fare loro compagnia, di educarli con metodi fermi ma molto dolci, di far capire loro che la  vita futura avrebbe avuto risvolti di tanti colori e non sarebbe stata solo rosa o solo nera. A casa nostra in quegli anni settanta/ottanta i miei genitori usavana chiamare a pranzo parenti nelle occasioni speciali, come la sagra del Paese, la Pasqua, la vigilia di Natale o anche banalmente in qualche domenica di festa, che allora era veramente sentita come un giorno particolare. Avevamo sovente nostre ospiti la suocera di mia sorella, con la propria domestica, assunta sin da quando lei era una ragazzina e tenuta con sè sino alla morte della stessa. Ortelia, così si chiamava quel fiammiferino di donna aveva avuto lo stesso destino di mia nonna, o molto simile, anche se la signorina Ortelia non si sposò mai. Tra le due vi era un evidente abisso come presenza non solo fisica ma caratteriale: l’una forte e regale con niente a che vedere con l’essere stata tutta una vita domestica e badante si direbbe oggigiorno. L’altra, timidissima, senza vitalità ed iniziative, ubbidiva a tutto quanto la suocera di mia sorella le diceva di fare, con abbandono totale e rassegnazione muta, pareva che da un istante all’altro dovesse cadere per terra svenuta. Durante quei pranzi domenicali, nei quali si apparecchiava con la tovaglia di fiandra e si mettevano i bicchieri di cristallo, mia madre, consuocera voleva fare bella figura davanti alla mamma del genero, e si adoperava sudando le proverbiali sette camicie per essere all’altezza della situazione. Mia madre contadina nerboruta e forte come un quercia non ha mai ereditato la grazia e la nobiltà di Ione, che assomigliava alla consuocera e non certo alla sua domestica. Come dire, la nonna e la mamma di mio cognato le due nobil donne, Ortelia e Bianca le domestiche di casa. Partecipavano a quei lauti pranzi anche altri bambini, in genere i nipoti di mio cognato, alquanto loquaci e rumorosi. Io, eccitata dalla situazione inconsueta davo il massimo parlando a più non posso e insieme facevamo proprio una bella “cagnara”. Pensiamo per un attimo che ai tempi di mio padre Antonio, i bambini mangiavano in cucina da soli, e gli adulti in un altra stanza soggiorno per discutere di affari da grandi e non essere disturbati dai piccoli. Ai tempi di quei pranzi invece noi bambini mangiavamo a tavola con i grandi, ma nonna Ione ci incitava dolcemente a sbrigarci per poi accompagnarci nel salotto buono, per far sì che le coppie adulte potessero trascorrere l’ultima parte del pranzo in santa pace. Andavamo di là, sul divano di velluto color celeste carta zucchero, seguiti anche da Ortelia. Ma era mia nonna che guidava la situazione: ci raccontava favole o ci faceva impegnare in qualche piccolo ma accattivante giuoco per farci stare tranquilli senza schiamazzi. Se tentavamo la fuga per la sala da pranzo, con garbo ci fermava, facendoci ritornare dolcemente sul divano mentre lei, incapace di stare ferma continuava a sferruzzare il maglione di turno. Bastava un’occhiata sola, decisa ma mai cattiva, per farci diventare buoni come agnellini, rapiti da quegli occhi che ho in continuazione davanti ai miei. Sapeva catturarci con voce bassa e suadente, noi bambini la riempivamo di domande tentando di metterla in difficoltà, ma lei aveva sempre una semplice ma pronta risposta a tutto. E se non conosceva la risposta, usava dire” chi vivrà vedrà”.wp-image-1611385225jpg.jpeg( il grembiule fatto da mia madre, con pettorina e tasche a cuore, che indossava per servire in tavola nei dì di festa, questo in particolare è degli anni ’50)

La povera Ortelia, donna semplice, umile senza “spina dorsale” diremmo, ma di una bontà infinita, non aveva voce in capitolo in questo tenerci a bada e  lasciava il ruolo di “capitano” a mia nonna. La  guardava spess,o cercando di attingere forza e carattere, ma dato che erano tutte e due più che settantenni i giochi oramai erano fatti. Non sapendo che pesci pigliare, non poteva fare altro che battere le mani e dire “evviva” quando noi indovinavamo le risposte del gioco a indovinelli, che facevamo tra di noi. Dalla sala da pranzo intanto arrivava un aroma di caffè ammaliatore, che Ione avrebbe bevuto, suo malgrado molto più tardi….( continua)