Il rito della buonanotte.

Erano indubbiamente bei momenti, attimi rassicuranti. Momenti nei quali si creava un’atmosfera magica che precedeva l’attimo del silenzio e del meritato suo riposo. Ogni sera compiva dei gesti ben precisi, scanditi da calma e dolcezza, come se pregustasse il sonno ristoratore. Dormivo con lei nel grande letto a barchettone, ed ho avuto modo di assistere e partecipare ai rituali ai quali mi ero abituata anche io e che seguivo con grande interesse e stupore. Speravo di attingere anch’io per il mio futuro, qualcosa di buono da  quei gesti cosi cadenzati e sempre identici ogni sera. Mi infondevano tranquillità e mi toglievano le paure del sonno che tuttora mi sono rimaste addosso. Cominciava con lo sfilarsi le spesse calze autoreggenti color carne o color grigio fumo di Londra.  Calze in microfibra si direbbe oggi e le poche cge aveva, erano tutte dello stesso colore. Appoggiava una gamba sulla sedia e srotolava lentamente la calza, poi la metteva piegata in due parti sulla sedia stessa. Poi faceva altrettanto con l’altra calza. Se le chiedevo perché appoggiava la gamba sulla seggiola cigolante, rispondeva che era per il mal di schiena. Analizzando il gesto oggi, direi che la scena era molto sensuale, ma non volgare. Certamente lei non lo faceva di proposito, in fin dei conti nella camera c’era solo una bambina ed era suo nipote. Veniva poi il momento di togliersi gli abiti, che riponeva con estrema cura su un’altra sedia. Io cercavo di imitarla ma non voleva che mettessi i miei vestiti sopra ai suoi, si sarebbero spiegazzati entrambi. Rimaneva in sottoveste, quasi sempre bianco, da sotto l’orlo di pizzo spuntavano un paio di gambe bianche, lisce, prive di vene varicose, senza peli o nei, senza un filo di cellulite che a quell’epoca non esisteva neppure! Le sue gambe toniche con la caviglia sottile erano il preludio ai piedi curati alla perfezione, le unghie in ordine,le dita con una forma affusolata e cosa inconsueta per una donna della sua età, non aveva callosita’ nel tallone. Ricordo bene invece che aveva qualche callo tra un dito e l’altro, che teneva curato con un famoso rimedio dell’epoca. Il callifugo del dottor Ciccarelli. Infine giungeva un momento che sapeva di favola per me: si scioglieva la grossa crocchia di capelli color argento lustrato, sfilando le  forcine di osso una ad una per poi raccoglierle in una scatola di latta che stava dentro al primo cassetto del comò. Ed ecco spuntare una treccia di capelli lunghissima che le arrivava quasi alle natiche : sembrava una Principessa ed io la guardavo senza fiato!  Mi piaceva toccare la treccia ed accostarla al mio visino, volevo sentirne la morbidezza e capire perché i suoi capelli erano così lucenti. Poi avveniva il miracolo della sera: si scioglieva la treccia con le dita delle mani e appariva una coperta di capelli che le facevano da scialle lungo tutta la schiena. Estraeva il suo pettine personale dal cassetto e li pettinava con vigore, raccogliendo quelli che inevitabilmente si staccavano, dentro un sacchetto si plastica trasparente che conservava dentro al comodino. Poi si rifaceva la treccia, lasciandola molto morbida e la fissava con un pezzetto di stoffa altrettanto morbido. Infine andava in bagno per fare le sue ultime abluzioni serali, invitandomi a fare lo stesso. Poi una volta terminati i rituali serali, ci coricavamo nel grande letto. Io andavo vicino a lei cercando che mi parlasse ancora, ma era giunto il momento tanto atteso del silenzio. Al buio girata dall’altra parte, con un gesto intimo denso di pudore, si toglieva la protesi e la metteva nell’apposito contenitore con il disinfettante al mentolo. Cosa ci facesse poi con il sacchetto dei capelli una volta colmo, non l ‘ho mai saputo. (Continua).

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